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Il Castello e la Chiesa di San Giorgio
La Chiesa di Sant'Abbondio
L’Oratorio di San Carlo Borromeo
Calendari: 2010 - 2009 - 2008 - 2007 - 2006 - 2004
Il Castello e la Chiesa di San Giorgio
Situato all’imbocco della Valtellina, Rogolo è un piccolo borgo con poco più di 550 abitanti, disposto a grappolo sul versante orobico della Valle.
Rogolo fece parte del comune di Delebio fino al suo primo costituirsi, cioè nel 1204, e se ne staccò poi, insieme al vicino Andalo, nel 1610.
Svolse nei secoli un suo ruolo autonomo: testimonianza è la presenza del castello della famiglia Vicedomini che, distrutto dai Guelfi Vitani nel 1304 e poi ricostruito, venne definitivamente smantellato dai Grigioni nella prima metà del XVI secolo.
Da alcuni documenti d'archivio si evince che la chiesa del castello è stata rifatta sui ruderi della chiesetta dei monaci benedettini detti anche "frati neri".
La famiglia Vicedomini acquistò, infatti, tutta la proprietà dai monaci e costruirono sui ruderi del monastero la loro fortezza. Sul poggio più alto rimangono i ruderi dell' antica torre a base quadrata, che serviva per gli avvistamenti e le segnalazioni. Rogolo era la terza località fortificata che si incontrava risalendo l'Adda, dopo le torri di Olonio e di Delebio, tutte e tre poste a sud del corso del fiume.
Poiché la località conserva ancora oggi il nome di Castello, è probabile che attorno esistesse un più ampio sistema fortificato: infatti sotto la torre un occhio attento può scorgere alcune rotture e un ampio arco a campana per la vicina chiesa di San Giorgio. La famiglia Vicedomini al Castello amministrava anche la giustizia, pronunciando sentenze anche nelle cause penali e civili.
Oggi, di quel borgo fortificato, è rimasta la bella chiesetta, forse di lontana origine longobarda, intitolata a San Giorgio.
La chiesa e la dimora gentilizia attigua sono di proprietà privata ma vale la pena visitarle proprio per riscoprire i tanti segni degli antichi splendori. Sulla facciata della chiesa ci si può soffermare sulla bella Crocifissione affrescata nel 1557.
  
All’interno, invece, si può ammirare, nel presbiterio, un olio su tela di pregevole fattura raffigurante una Madonna con bambino tra San Giorgio e Sant’Abbondio.
La Chiesa di Sant'Abbondio
Scendendo nel centro di Rogolo si può raggiungere facilmente la piazzetta su cui si affaccia la chiesa parrocchiale intitolata a Sant’Abbondio: qui ci si trova nel cuore autentico del paese.
La chiesa, ultimata nel 1589 e consacrata agli inizi del 1600, fu rimaneggiata nei primi anni del XVIII secolo. Ha una facciata importante con alcuni inserti barocchi e, a fianco, cede il passo all’imponente campanile alto più di 30 metri a cui si aggiunge la cuspide di 17 metri circa.
La parrocchiale merita assolutamente una visita per scoprirne i gioielli d’architettura e d’arte sacra, frutto dell’amore e della devozione che i rogolesi hanno sempre avuto nel corso dei secoli.
La chiesa ha una sola navata, orientata secondo la tradizione con l’altare maggiore verso Oriente, arricchita da due cappelle a sinistra e altre due poste sulla destra.
L’attenzione è attratta subito dal presbiterio (separato dalla navata da due balaustre in marmo eseguite nel 1738 da Francesco Antonio Cuca di Varenna).
Nel presbiterio spicca il bell’altare settecentesco in marmi policromi con ai lati due banconi di cinque stalli ciascuno, risalenti al XVIII secolo.
Sulla parete di fondo di grande impatto visivo per la sua dimensione (quasi 50 metri quadrati ) è la Crocefissione, affresco eseguito dal pittore Geremia Fumagalli nel 1960.
Ispirato allo stile Espressionista, è un affresco di segno incisivo e dai colori accesi, quasi violenti, che descrivono benissimo la drammaticità del tema trattato.
Le pareti laterali sono invece impreziosite da due affreschi del pittore ottocentesco Giovanni Gavazzeni di Talamona: a destra la Deposizione, datata 1880, a sinistra Gesù tra i dottori, eseguita nello stesso anno.

Si può affermare sicuramente che la Deposizione sia il capolavoro del Gavazzeni. Qui il Maestro esprime tutta quella cultura figurativa che sta alla base del suo percorso artistico. E dimostra di avere pienamente recepito la lezione leonardesca della prospettiva e dei volumi. Di rara finezza anche l’affresco Gesù fra i dottori: l’atteggiamento di Gesù è fissato nell’istante in cui dice a sua Madre “Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, come riportato dall’evangelista Luca.
Sempre del pittore talamonese anche la delicata Annunciazione che orna il finestrone posto sopra l’altare: divisa in due momenti, a destra, la Madonna, a sinistra, l’arcangelo Gabriele con un giglio bianco, simbolo di purezza.
Anche le cappelle laterali colpiscono l’attenzione per lo sfarzo e la devozione.
Soprattutto la cappella a sinistra vicino all’altare che accoglie il gruppo ligneo raffigurante la Madonna delle Grazie con il Bambino (XVI secolo) a cui i Rogolesi , e non solo, sono devotissimi.
Sia la Madonna sia il Bambino sono adornati da un manto di seta, ricamato in oro. Ai lati si possono ammirare due affreschi del pittore luganese Giuseppe Antonio Petrini, protagonista della pittura lombarda tardo barocca, raffiguranti Sant’Ambrogio e San Carlo Borromeo (XVIII secolo).
Nella cappella di fronte, posta sulla destra, recentemente restaurata, si ammira un altare sormontano da un’ancona in legno intagliato e scolpito, dorato e dipinto a forma di portale barocco.
La pala dell’altare raffigura una Madonna con Gesù Bambino e Santi (XVII secolo), incorniciata da 15 piccoli dipinti su lastre rettangolari di rame che ricostruiscono i Misteri del Rosario (5 gaudiosi, 5 gloriosi, 5 dolorosi).
Sui lati,a sinistra San Giorgio e il drago e, a destra, San Luigi di Francia, entrambe opera dei fratelli Torricelli, che sulla volta hanno dipinto anche la Vergine in gloria (1755).
  
La vicina cappella, sempre posta alla destra del presbiterio, è dedicata invece alla Madonna della Cintura, della quale, oltre alla statua che si ammira subito, è dipinto un affresco sulla volta.
Sulle pareti laterali invece, due altri affreschi: Santa Monica e Sant’Agostino.
In una nicchia, infine, la bella statua del Sacro Cuore di Gesù.
Di fronte, nella cappella di sinistra, in basso si trova l’urna incassata nel frontale dell’altare contenente Gesù deposto dalla croce.
Sopra, un’ancona in marmo, una pala dipinta a olio rappresentante la Vergine con Gesù, con a fianco San Giuseppe e San Rocco, in basso oranti Sant’Ambrogio e San Carlo Borromeo.
Sulle pareti laterali si ammirano due importanti affreschi: Cristo nell’orto e l’Addolorata, entrambi di Giuseppe Antonio Petrini. Dello stesso Petrini anche i quattro medaglioni affrescati sulla volta della chiesa che documentano la vita di Sant’Abbondio: dall’entrata al presbiterio, Sant’Amanzio con il giovane Abbondio, Sant’Abbondio intento a scrivere, Miracolo del fanciullo resuscitato, Sant’Abbondio in gloria (1704).
 
Le quattro cappelle sono separate dalla navata da balaustre in marmo nero realizzate tra il 1879 e il 1880.
Prima di uscire si può alzare lo sguardo e scoprire la tribuna con l’organo che Giovanni Rugantino ha realizzato nel 1629, rimodernato e ampliato nel 1883.
E’ composto da 21 canne 58 tasti.
I registri sono 31, i pedali 18 con 3 mantici.
Sulla cimasa del frontale sono posti 4 angeli in legno nell’atto di suonare le trombe.
Pieghevole Guida alla Chiesa di Sant'Abbondio di Rogolo (Pdf , 2.3 Mb)
L’Oratorio di San Carlo Borromeo
Attiguo alla chiesa sorge l’Oratorio di San Carlo Borromeo con l’elegante facciata barocca, tornato agli antichi splendori dopo il recente restauro architettonico.
L’oratorio ha una lunga storia.
I rogolesi pur vivendo di difficoltà e di stenti, prima ancora di separarsi da Delebio nel 1602 avevano già eretto due oratori:
Il San Carlo appunto e la Madonna della Mercede, in Fistolera, luoghi di culto forse anteriori alla chiesa parrocchiale che abbiamo appena visitato.
Non si conosce l’anno di costruzione dell’oratorio di San Carlo anche perché il primo Economo Spirituale di Rogolo è del 1601, perciò prima di quell’anno non esisteva l’archivio parrocchiale.
Si sa per certo invece che alla fine del XVI secolo il San Carlo c’era già.
Infatti il Vescovo Feliciano Ninguarda durante la sua visita pastorale in Valtellina del 1593 ne faceva menzione nei suoi documenti di viaggio.
Gli oratori erano luoghi di preghiera dei rogolesi, che in mancanza di una chiesa parrocchiale, si dovevano recare per le funzioni religiose nella vicina parrocchia di Delebio.
Nei primi anni del 1700 con la necessità di ampliare la chiesa di Sant’Abbondio si sente il bisogno di valorizzare allo stesso modo l’attiguo oratorio che diventa appunto la chiesa di San Carlo.
Infatti le due costruzioni hanno lo stesso tipo di portale d’ingresso e lo stesso pavimento in lastroni di pietra.
Ed è in questo periodo che compaiono i primi affreschi nei luoghi di culto a Rogolo. Compreso quello raffigurante lo Spirito Santo in campo azzurro, sulla volta appunto del San Carlo.
CALENDARIO 2010 - Versione Pdf (1,66 Mb)

GENNAIO: Per sculdà ’l lec’
A Sant’Agnes (21 gennaio)
la lus’èrta l’è amò’n di sces
A Santa Agnese la lucertola è ancora nelle siepi (perché fa freddo)
Nelle lunghe sere d’inverno preparare i letti caldi era un vero e proprio rito che occupava la famiglia per alcune ore. Già dopo la cena il papà metteva al fuoco alcuni grossi legni di pino, betulla, faggio (mai di castagno) per preparare le braci. La mamma verso le nove riempiva con la paletta lo scaldino con le braci e lo poneva sulla munega nel letto dei bimbi che erano i primi a coricarsi. Quando i vetri della finestra della camera diventavano come ricamati dal ghiaccio era una goduria indescrivibile infilarsi sotto le coperte. Anche i piedi erano al calduccio perché in fondo al letto la mamma aveva messo un mattone, avvolto in un panno di lana e riscaldato nel forno della stufa. A ognuno il suo quadrel e ci si addormentava colt cume rat.
La munega, che serviva a sollevare le coperte per evitare di incendiare le lenzuola, intanto era passata nel letto di chi si coricava più tardi.
In cucina c’era la stufa di mattoni che conservava a lungo il tepore. Lì la mamma restava fino a tarda ora a sferruzzare calze, guanti, berrette, sciarpe e tutto quanto sarebbe servito a scongiurare il freddo delle giornate invernali.
Il babbo intanto preparava gli zoccoli di legno e, talvolta, anche la slitta per i suoi bimbi. Prima di andare a letto si ricoprivano le braci del camino con la cenere per ritrovarle ancora tiepide il mattino seguente. Per dare vita a questo rito il babbo usava i ceppi e la legna preparati nel tardo autunno.

FEBBRAIO: Per fà ciar
La niif de febrèe
la’ncenìs el sulèe
La neve di febbraio riempie il granaio
Quante cose si erano inventate i nostri antenati per dare un po’ di chiarore alle lunghe serate di lavoro. E dopo tanto affanno avevano raggiunto un buon risultato, poiché el besugn el güzza l’ingegn. Così erano comparsi i candelieri, alimentati dai mozziconi, di candela venduti all’incanto sul sagrato della chiesa, dopo la santa messa festiva.
In seguito si usò la lüm, riempita con olio di noci dov’era immerso un filo grosso di bambagia. C’erano due tipi di lumi: uno normale e un altro ricoperto da una lamina, per le sere di pioggia. Le famiglie benestanti possedevano due o più lüm, avvicinate fino a sembrare un lampadario, da appendere al soffitto. Naturalmente anche per l’olio bisognava risparmiare e, grazie all’incanto del fondaggio (fondi d’olio delle lampade), il prezzo era abbordabile.
Più tardi si approdò alle lanterne a petrolio, con lo stoppino regolabile e il vetro che riparava la fiammella. Ma la parsimonia del contadino non aveva limiti. Certe sere si appendeva la lanterna a un chiodo, nella stalla, e si restava lì per gli ultimi lavoretti della sera. Sparmì (risparmiare) era il verbo più in uso nei tempi andati. Alle lanterne seguirono i lumi a petrolio da tavolo o da parete: bocce di vetro con lo stoppino regolato da una vite. E i z’ufranei? Un bene da risparmiare il più possibile perché occorreva comprarli alla butega. Perciò il babbo preparava i lüsiröö, riccioli di corteccia di betulla che, accostati alle braci ricoperte la sera prima, prendevano fuoco. Nei primi anni del 1900 comparve la luce elettrica usata però con il contagocce. Smorza el ciar che la curent la custa, era il ritornello in uso ogni volta che qualcuno dimenticava di spegnere la luce.

MARZO: Üs’adei che fa besugn
Da calen mars a calen d’abrii
l’erba e i föi i à de vegnì
Dal 1° marzo, calende, al primo aprile l’erba e le foglie devono spuntare
Gli attrezzi che servivano a svolgere i lavori di casa erano molteplici e tutti assolvevano a pieno titolo il proprio compito, anche nella semplicità che caratterizzavano gli anni passati. La supresa risale a qualche secolo fa. Inizialmente serviva a ‘crespare’ i paramenti sacri, che venivano affidati alle monache di Gravedona o di Morbegno. I ferri da stiro comparvero nelle famiglie man mano che gli indumenti si affinavano. Le camicie avevano il collo normale anzichè un semplice listello ; i calzoni erano confezionati con stoffe più lisce. Il primo ferro da stiro era massiccio, completamente chiuso e molto pesante. Si scaldava sulla stufa e si raffreddava subito Poi divenne più leggero e maneggevole, con uno spazio per infilarvi qualcosa di molto caldo, arroventato sulle braci.
In seguito la supresa divenne più raffinata : completamente vuota, con un coperchio per infilarvi le braci, bucherellata in basso perchè durassero a lungo. Questi ferri da stiro ora fanno bella mostra, insieme ad altre antichità, in alcune delle nostre case.
Per le lenzuola e le coperte più leggere si utilizzava la pressa umana : la biancheria veniva cioè, piegata, posta sulla panca e la regiura ci si sedeva sopra a lungo, affinchè, una volta riposta nelle cassepanche e negli armadi, occupasse meno spazio.
La bilancia a due piatti di rado era usata nelle case private. Era invece facile vederla dal bottegaio o dal spezièe (farmacista). Su un piatto si ponevano le merci, sull’altro un peso che le bilanciassero.
L’üsadel più antico era il murtèe così detto perché realizzato in pietra e serviva a schiacciare frutti e verdure. Se invece era fatto in legno era detto salaröö o pestasal e serviva per ottenere il sale fino, che al tempo non era in commercio. El salaröö non è da confondere con il salèe, la busta in pelle dove il pastore teneva il sale da dare alle bestie.
Quante cose ci raccontano questi üsadei: oggi rappresentano la storia di vita dei nostri antenati.

APRILE: Per filà lana e canef
Vit che cascia d’abrii
la’ncenis miga el barii
Vite che fiorisce in aprile non riempie il barile, cioè la fioritura precoce è dannosa
L’esigenza di avere filati di lana e canapa per il vestiario e le coperte aguzzò l’ingeno dei nostri avi . Anticamente con la conocchia e il fuso si filava, legando in cima alla ruca una rucada di lana cardata con gli scartasc. Ma poiché la lana era unta , dopo la filatura occorreva un aggeggio che l’avvolgese in matasse: l’asp, un utensile formato da quattro spatole collegate a un manico da far ruotare. La matassa andava ridotta in gomitoli. A questo serviva la baderla. La ruca e’l f üs cedettero poi il posto al carel, il filarello a pedale che, coordinando il lavoro di un piede e delle due mani, assicurava un filato più sottile e regolare quindi più pregiato. Molteplici e innumerevoli erano i lavori che si potevano confezionare con i gomitoli di lana e i ferri da calza: guanti, berrette, golfini e tanto altro. Le nostre mamme e nonne facevano davvero dei veri e propri miracoli. Allo stesso modo si filava la canapa, che veniva coltivata in terreni molto umidi (surtumüs).
Le piante mature, legate a mazzi, venivano messe a macerare nei fossi, essiccate e frantumate per separare la parte esterna filamentosa dalle scaglie legnose. Occorrevano quindi la spadula o pestacanef, la frantoia per sminuzzare le parti legnose e infine lo spinùn, che corrispondeva agli scartasc, che dava la parte migliore, e la stupa. Dopo la filatura, quanti prodotti utili: lo spago, le corde, gli strofinacci, le coperte da strapazzo (burasc), le lenzuola de tila de cà. Ma il risultato migliore si aveva quando lana e canapa, intrecciandosi in fili di ordito e trama davano una stoffa pregiata detta mezzalana. Realizzata con la mezzalana erano le coperte a strisce colorate, i calzoni e altri indumenti per l’inverno.

MAGGIO: Ree a fee
Quant el Legnùn el gà su el capel
peta via la folc’ e ramascià el rastel
Quando il Legnone è coperto di nubi butta via la falce e prendi il rastrello,
cioè quando sta per piovere occorre abbarcare il fieno
Verso la metà di maggio iniziava la frenesia de segà el fee. Il primo taglio, che dava abbondante foraggio per le mucche era detto fieno. Il secondo veniva chiamato digöö e si falciava in luglio. A fine agosto invece vi era la falciatura del tersöö, che veniva riposto nel fienile sopra la stalla con el fee e la digöö.
Per iniziare la fienagione il contadino, di buon’ora, scrutava il sereno del cielo, prima di partire con la falce in spalla e col cutal appeso alla cintura dei pantaloni. La falce marlada con l’apposito martello ogni tanto veniva affilata con la cote inumidita che stava nel cutal. Il porta-cote era un corno di mucca scavato e riempito d’acqua a metà.
Ma gli attrezzi per la fienagione erano tanti altri: la furscela, con tre denti di ferro, per spargere il fieno, il rastrello per rivoltarlo al cole o per abbarcarlo se la pioggia era in arrivo, il forcone, tutto di legno, per caricare e scaricare il carro. Il carro munito per l’occasione di sponde alte, era tirato dal mulo oppure da una mucca addestrata a fare il mulo oltre al latte. Che divertimento per i ragazzi poter viaggiare sulla carretta in cima al carico di fieno e poi salire sul fienile a balà giu el très del fèe (mucchio).
Il gerlo invece veniva usato anche per portare la merenda e i generi alimentari, cioè il pasto del mezzogiorno o addirittura per riporvi i bambini che ancora non camminavano. Anche la mamma doveva contribuire alla fienagione. Il campac’ serviva soprattutto per spostare il fieno sui maggenghi in montagna. In autunno veniva usato per portare le foglie della lettiera dalla selva alla stalla. Nella tarda estate i più robusti lo caricavano di strame fresco (foglie e cime delle piante di mais) per pasteggiare il bestiame.
Gerle, campac’ e rastrelli venivano fatti dai contadini stessi, veri e propri artigiani nel lavorare le verghe e le aste di legno.

GIUGNO: Per pesà e mes’ürà
Dal ferèe miga tucà
dal spezièe miga tastà
Dal fabbro non toccare, dal farmacista non assaggiare
La pesa era qualcosa di importante quando il commercio diventò un’attività e una fonte di guadagno. Fino alla seconda metà del Novecento c’era ancora a Rogolo la pesa, una piattaforma in ferro collegata a una stadera posta nel gabbiotto dell’addetto alla riscossione. L’antica pesa di Rogolo si trovava alla confluenza tra via Roma e via Stazione e serviva per pesare i carichi di legname o di altra merce ingombrante. Sull’Alpe Mezzana, a luglio, era d’uso la giornata di pesa, cioè si controllava la quantità di latte giornaliero prodotto da ciascuna mucca per stabilirne poi la rendita complessiva. Le bilance erano di diverso tipo, più o meno grandi in base al volume della merce da valutare e all’uso da fare.
La stadera, costituita da un’asta mettalica graduata, con un peso mobile agganciato e un piatto all’estremità del braccio sostenuto da catenelle, serviva al casaro, all’artigiano e al contadino.
La bascula, una bilancia di grandi dimensioni e inamovibile, veniva utilizzata prevalentemente dai commercianti, dai mercanti e dai fabbri. Era una bilancia a leve articolate, in modo da equilibrare con piccoli pesi carichi superiori al quintale. Nelle case private veniva invece impiegata la comune balanza, con piatto sospeso, asta graduata e peso mobile. Si teneva sospesa con polso franco e tanta pazienza. Molto pratico, poichè stava comodamente in una tasca, el balanzìn veniva usato moltissimo dai nostri avi. Era costituito da una lamina graduata in ottone con una molla interna collegata, sopra, a un anello, e in basso, a un gancio. Si agganciava il secchio del latte o altra merce fino a un massimo di dodici chili. Lo staio, usato prima che si adottasse il sistema metrico decimale, cioè prima dell’avvento di Napoleone, era una misura impiegata per pesare gli aridi, cioè soprattutto castagne e cereali.
Era costituito da un cilindro in legno a doghe cerchiate. Il suo valore variava da regione a regione. Nel mandamento di Morbegno corrispondeva a diciassette litri circa. Un sottomultiplo dello staio era la quartina.

LUGLIO: Per fà cafè
Gni cul colt gni cul frec’
redunet suta al tec’
Né col caldo né con freddo resta sotto il tetto
Al tempo dei nostri avi, il caffè non si poteva definire tale perchè, della bevanda che siamo abituati a gustare oggi, condivideva soltanto il colore nero. Infatti allora la materia prima per tostare erano l’orzo, i semi di soia e addirittura i frutti della rovere. E spesso si sentiva dire: i giandi de ruu, amari cume’l tosech. Quando la mamma appendeva el tustìn alla catena del focolare, i ragazzi erano felici, Desideravano poter manovrare l’aggeggio che conteneva il caffè grezzo da tostare. Giravano il cilindro nero sopra le braci finchè ne usciva un filo di fumo che denotava la tostatura completa. Poi si procedeva a macinare i grani cotti con l’apposito macinino. Anche l’uso del masnìn era uno spasso per i bambini, che a qual tempo i giocattoli se li dovevano inventare con la fantasia. Dopo tanto lavoro, finalmente la miscela era pronta da buttare nel pügnatìn con l’acqua bollente. Quando, la mattina, si faceva colazione el pügnatìn del cafè era sul fuoco. I paioli di rame usati erano due: uno da due litri per il latte e uno da un litro per il caffè. Il risultato finale era un caffèlatte poco zuccherato dove ciascuno spezzettava il proprio pane. Anche durante il giorno le comari, in compagnia, si bevevano un caffè nella chicchera, si trattava sempre del caffè del pügnatìn, dove i fondi rimanevano a lungo, sfruttati fino all’osso.
Per i malati però vie ra un chicherìn di caffè vero, comperato alla bottega già macinato. Naturalemnte il caffè buono si acquistava in quantità minime non certo a etti. Un scartuzin corrispondente a un paio di once sembrava già una quantità industriale e durava a lungo. Che risorsa era il caffè, un tempo ! dava un po’ di ottimismo a chi lo beveva. Oh ! Quel tazzinìn de cafè el m’à tira su la capela del stumech: dicevano i nostri nonni dopo averne sorseggiato un pochino. Avevano proprio il bisogno di darsi una spinta con quel caffè, anche le donne di casa, sempre intente nei lavori domestici e a risparmiare su tutto.
Certamente un caffè un po’ strano, che non dava agitazione ma solo soddisfazione era proprio il vecchio e caro caffè del pügnatìn.

AGOSTO: Per preparà büter e furmac’
La prima acqua d’aust
la rinfresca el busch
La prima pioggia d’agosto, rinfresca il bosco, cioè si va già verso l’autunno
La lavorazione del latte era certo quella che richiedeva più attrezzi: dal baldu del lac’ fino alla fasèra del furmac’. Il latte appena munto veniva riposto nella conca di rame (culaa, perchè sulla conca era posto il colino che lo filtrava) in luogo fresco, dove rimaneva quasi per ventiquattr’ore, finchè la panna affiorava. A questo punto iniziava la soddisfacente operazione del quagià.
Con la cazzetta piatta e leggera, che quasi accarezzava la superficie della conca, si spanava e la panna veniva riposta nella zangola, per poi procedere alla lavorazione del burro. Il latte scremato, versato in un pentolone di rame zincato (el stagnaa), veniva scaldato sul focolare. Qui era importante il raffinato lavoro della masna: un braccio girevole di legno che si spostava con garbo nel pentolone. Con l’aggiunta del caglio il latte prendeva consistenza e si formava la quagiada: un coagulo che, frantumato e raccolto in in contenitori bassi e senza fondo, i fasèri, diventava formaggio. La fasera, poggiata sullo spremitoio (el spresüü) veniva sormontata da una grossa pietra che spremeva il residuo di siero. Anche il siero veniva sfruttato per ottenre la ricotta e quel che rimaneva, con la segia di legno veniva portato ai maiali. La ricotta fresca restava nel carot a sgocciolare poi veniva versata su un asse e portata a maturazione.
E la panna? Mentre il marito preparava il formaggio, la moglie maneggiava la zangola, tirando su e giù el fundarel per agitare ben bene la panna, che a poco a poco di rapprendeva trasformandosi in burro. Nella penagia restava il latticello (lac’ penac’) da bere o da dare al maiale. Sul coperchio restava depositata un po’ di panna montata che i bimbi correvano a leccare. Se la panna risultava in quantità veniva lavorata col barilot, una specie di botticella montata su un cavalletto e munita di un manico girevole. In breve la panna diventava burro.

SETTEMBRE: Per fa el vìn
Ogni ufelèe el và strasciaa del so mestèe
Ogni artigiano non onora, su se stesso, il proprio mestiere
Un tempo era il Comune che stabiliva il giorno del mese di settembre in cui iniziare la vendemmia. Una volta certi della data iniziava un vero e proprio trambusto di preparativi. Occorreva controllare la brenta: un recipiente in legno a doghe cerchiate, da portare sulle spalle, alto circa un metro e mezzo, che poteva contenere fino a ettolitro di vino. Il tino dove riporre l’uva appena colta, andava preparato e ripristinato.
Entes’à la tina, cioè controllare che le doghe con il caldo dell’estate, non si fossero ritirate creando spazi tra l’una e l’altra. Si preparavano le cesoie, i mastelli di legno, el spresüü, dove stendere i grappoli appena colti, da ripulire. Anche i vasei e le botti dove riporre il vino andavano controllati. Tutto da ripulire e sciacquare altrimenti cioè il vino, già un po’ scadente, di quattro o cinque gradi alcolici sarebbe diventato aceto.
Poi, in una giornata di pieno sole, iniziava il raccolto. Tutti partecipavano, anche i bimbi che raccoglievano gli acini caduti a terra ed aiutavano a mondare i grappoli dai grãã acerbi o marci. Il capo consigliava a tutti di cantare, perché nessuno mangiasse troppa uva. Quant se cata l’üga e se grata el furmai besugna cantà.
L’uva rimaneva nel tino a fermentare per una settimana, poi veniva schiacciata coi piedi (fulà l’üga), si lasciava poi per altri dieci giorni e quindi veniva spillato il mosto (el crudel). Le vinacce si portavano al torchio con la brenta. I torchi presenti a Rogolo erano tre: quello del Palena (Padelli), quello di Pelegalìn e quello dei Balestra.
Dalle vinacce torchiate si otteneva il vino (el turciadech) da riporre nei butes’ìn o nelle botti. Qualcuno che all’epoca possedeva l’alambicco, con le vinacce, faceva la grappa, poi le spandeva lungo i filari spogli per tenere caldo il terreno. Finalmente, dopo tanto lavorare, si poteva bere il vinello, poco alcolico certo, perché qui da noi si coltivavano solo viti da clinto e da uva americana.

OTTOBRE: A ramascià castegn
Chi brüs’a serment, cucuc’e melgasc
a lunch andà i è rich e nu i lu sa
Chi brucia viticci, tutoli di mais e stocchi,
è ricco senza saperlo, cioè ha avuto un raccolto abbondante
Per fine settembre le prime castagne erano già cadute dagli alberi e i ragazzi dovevano anticipare la sveglia del mattino per poterle raccogliere. Infatti prima della scuola era consuetudine correre di buon’ora ai Cassini, in Gualdo, al Dosso per mettere al sicuro il raccolto. Era così fino a novembre quando ognuno poteva raccogliere castagne pur non avendo la proprietà di una selva. La castagna, un bene prezioso che durava fino a maggio e oltre, non richiedeva grande attrezzatura per finire nelle scorte di famiglia.
Occorreva infatti: una pertega, usata per abbacchiare i ricci, se non pioveva tanto o soffiava poco vento; un rastel, per radunare i ricci sotto il castagno, nella riscera; I ricci ammucchiati conservavano a lungo le castagne fresche per le caldarroste e, da ultimo, arricchivano l’albero di humus benefico. Le castagne più utili però non erano quelle fresche da far bollire o da abbrustolire, ma quelle secche sgusciate da poter conservare. Gran parte del raccolto, infatti, veniva conferito agli agli agraa di castegn: una costruzione alta e stretta con un graticcio in alto e un focolare a piano terra. Il fuoco, acceso ogni giorno, seccava i gusci che si staccano poi con facilità. Anticamente i frutti essiccati si mettevano nel pestacastegn; più recentemente si mettevano invece in un sacco robusto per poi batterle affinché si sgusciassero.
A casa poi, cul val agitato con forza, si separavano le castagne dai gusci ed erano così pronte le castagne secche. Con queste ultime ognuno preparava cibi sostanziosi: castegn e lac’, la farina di castagne, il castagnaccio, la focaccia e il paa de castègn.
Già nel 1500 una Vicedomini aveva stabilito con testamento (Il testamento delle castagne secche) un lascito di castagne peste da distribuire ai poveri il giorno di San Giorgio. La famiglia dei nobili Vicedomini di castagne ne possedevano tantissime, poiché i fittavoli pagavano il debito d’affitto portando alla famiglia le castagne secche raccolte.
Uno dei vecchi mulini di Rogolo, che in tutto erano cinque, serviva appositamente per macinare le castagne. Anticamente questo frutto costituiva una delle risorse alimentari più importanti ed era utilissima merce di scambio, moneta sonante per pagare i debiti.

NOVEMBRE: A fà legna per l’invernu
A Sant Andrea (30 novembre)
fenii de disnà l’è ura de scena
A Sant’Andrea finito di pranzare è ora di cenare perché i pomeriggi sono molto brevi
Quando non erano ancora in uso attrezzi come la motosega, il motocarro, era dura convogliare il legname, tagliato nei boschi, fino al piano. Con el sügherìn, la següü (una scure molto grande), la sega, el segùn, i boscaioli abbattevano gli alberi e li sezionavano a forza di braccia. El segùn era una sega lunga con la lama più alta rispetto a quella della ras’ega e con due manici alle estremità. Per usarlo ci volevano due persone che dovevano coordinare i movimenti alla perfezione.
Con il curlasc e la scure si staccavano i rami (sbrucà), con la ras’ega e’l segun si sezionavano gli alberi abbattuti. Poi via, per trascinarli, col zapìn, giù per la munda, i canai, l’öga, finchè si giungeva al piano. Per trasportare i rami la fatica era maggiore. Occorreva legarli in fasci e con la stropa (un ramo di betulla molto lungo) trascinarli o, meglio, tirai a strüz, lungo strade scoscese cosparse di sassi. Quando il fascio si incastrava, con strattoni faticosi, bisognava liberarlo e, poi, via di nuovo lungo il cammino.
Il fascio di rami era meno maneggevole dei tronchi, ma la legna da ardere veniva da quello. Il legname si commerciava perché era fonte di denaro e guadagno. Il bosco e la selva doopo il taglio restavano puliti e ordinati. Gnaa en cavic’ (fuscello) el restava ‘ndree, dicevano i nostri nonni con orgoglio.
I rametti sottili servivano per accendere il fuoco, per fare le caldarroste, per preparare la buia (broda) al maiale. Nulla andava perso nemmeno il ceppo delle piante abbattute che, tagliato radente al suolo e portato a valle sopra i fasci di legna, durava a lungo nel focolare.
Ma che fatica: besugnava sudà prima, per sculdàs dopu. Il bosco così ripulito ricresceva rigoglioso e il sottobosco perfetto.

DICEMBRE: L’è ura de’nlüminà el Natal
Da Natal e l’Epifania
se fa miga ecunumia
Da Natale all’Epifania non si bada a spese
Sulla credenza delle case di una volta erano presenti danti oggetti utili alla vita quotidiana e durante il mese di dicembre, in preparazione del Natale, assumevano un significato particolare e scaldavano l’atmosfera con la loro luce e i loro rumori.
Utilissima era la lüm, alimentata con olio di noci, un prodotto prezioso anche in cucina. Per produrlo c’era un mulino speciale, il primo in basso nella Valle dei Mulini. Prezioso era l’olio ma importante era anche la lüm, tanto che quando uno era fuori di testa si diceva : L’à perdü el lüm dela res’un. Più tardi comparve il lume a petrolio, con la boccia di vetro, uno stoppino collegato alla vite di manovra, un manico per spostarlo o un gancio per appenderlo. Tempi migliori ma ben lontani dai nostri.
Che dire invece della sveglia, un altro utensile presente sulle credenze dei nostri avi? Era utile per la mamma e il papà, ma nemica dei ragazzi e dei bambini quando suonava per la messa feriale delle sette. O quando la mamma puntava il dito per rimarcare i rientri in ritardo. O quando il papà raccomandava: Varda che l’è ura d’endà cui pegur; e ancora: L’è ura che te desmetet de giügà; Su su l’è ura d’endà a lec’. Quando in casa scendeva il silenzio della notte e il camino si assopiva, la sveglia continuava a farsi sentire con il suo ticchettio.
Nessun ragazzo apprezzava la sveglia, all’infuori di quando potevano giocarci un poco e riuscivano anche a perdere la vite per ricaricarla. Ma questi oggetti di luci e di rumori ci ricordano, oggi come allora, l’avvicinarsi del Natale, un evento di luce e di amore. I ricordi ci riportano ai bagliori del focolare, dove ardeva il ceppo natalizio e scoppiettava il ginepro per sculdà i pè al Bambìn; alle luci della chiesa, che per la messa di mezzanotte era quasi illuminata a giorno. La luce migliore però era nel cuore delle persone. Accomunati dalla stessa povertà di mezzi e grati a Dio per quella festa, si volevano tutti bene. Si raccoglievano in chiesa per aspettare la natività, si salutavano con gioia, felici di esternare la pace che era in loro.
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GENNAIO: I NOSTRI CALENDARI
La Pifania (6 gennaio)
tuti i festi la porta via (fino a Pasqua)
L'Epifania tutte le feste porta via
Dal 2004 l’Amministrazione Comunale ogni fine anno regala ai propri cittadini, come segno di augurio, il proprio calendario. La prima edizione del 2004 ha riproposto venti cartoline d’epoca che ricostruivano un secolo di vita e di tradizioni del nostro paese. Scorci gentili e discreti hanno avuto la forza di testimoniare gli antichi mestieri di montagna, i lavori nei campi scanditi dal mutare delle stagioni, i momenti di vita religiosa e civile della nostra gente.
Nel 2005, invece, l’Amministrazione Comunale non riuscendo a reperire, dagli sponsor i fondi per la copertura delle spese ha rinviato il calendario all’anno successivo. L’edizione del 2006 ritorna nelle case dei rogolesi e ripropone attraverso venti tele, eseguite a carboncino, altrettanti scorci nel paese, alcuni dei quali ormai scomparsi. Un museo della memoria, che testimonia l’arte e l’architettura del nostro borgo, la fatica quotidiana del contadino, i proverbi che lo aiutano a vivere. I
migliori protagonisti del 2007 sono stati i nostri cittadini che hanno superato i 76 anni di età insieme ai bambini della Scuola dell’Infanzia: un viaggio attraverso settant’anni nei quali il nostro borgo si è trasformato nell’architettura, nell’urbanistica, nelle tradizioni, nella cultura.
Infine, le immagini del calendario 2008 sono state scelte tra quelle presentate nel concorso fotografico indetto durante il 2007. Le foto del calendario hanno raccontato un meraviglioso viaggio attraverso la natura, hanno rivelato un evento e, talvolta, sono state più significative di pagine e pagine scritte. Gli scatti ci hanno parlato dello spettacolo della prima neve che coglie di sorpresa le strade e le piazze del nostro paese; del trionfo dei colori della nostra montagna nei pomeriggi d’estate; delle fioriture di primavera che punteggiano il panorama e la corona delle Prealpi orobiche che ci stringe in un abbraccio.

FEBBRAIO: L’E' FO' L'URS DE LA TANA
Se te vöö desfat de la miee
mandala al suu de febrèe
Il primo sole porta malanni: meglio evitarlo
E’ stata riproposta nel febbraio 2006 la prima edizione del tradizionale L’è fo l’urs de la tana per festeggiare il ritorno del sole nel nostro paese dopo i tre mesi invernali. Una consuetudine che stava tanto a cuore ai nostri nonni e ai nostri genitori e il cui valore è stato tramandato nei decenni anche a noi che lo ritroviamo oggi tra le nostre cose più care.
La giornata si è inaugurata con un momento di studio a cui hanno partecipato il Dottor Renzo Fallati che ha parlato dell’ aspetto storico e antropologico della tradizione; la nostra maestra Giuseppina Curtoni ci ha raccontato invece alcuni aneddoti, leggende e racconti di come veniva vissuta questa tradizione dai nostri nonni. Mentre Martino Salvetti dell’Istituto Fojanini ha illlustrato, con l’aiuto di diapositive e grafici, ha posto l’attenzione sulle caratteristiche del territorio di Rogolo e sulle sue risorse agro-alimentari.
Lo spazio è stato completato dai bambini che hanno recitato delle poesie preparate per questa occasione e allestito una mostra con disegni ispirati al tema.
Il pomeriggio è proseguito con una degustazione gastronomica nelle due cantine storiche aperte al pubblico per la giornata. In serata lo spettacolo teatrale in dialetto locale ha chiuso l’intensa giornata. La tradizione ispirata a L’è fò l’urs de la tana è stata celebrata anche negli anni 2007 e 2008 con spettacoli teatrali e mostre d’arte.

MARZO: MOMENTI CULTURALI
Mars suc', abrii bagnaa
furtünaa qui ch'à 'nzurnaa
Se non piove a marzo ma piove in aprile raccoglierà chi ha già seminato.
Dal 2004 sono state tante le proposte culturali offerte alla cittadinanza negli spazi comunali. Dagli incontri con medici e protagonisti della medicina che, nel 2004, in sala consiliare, hanno trattato con competenza e puntualità le patologie legate alla terza età, ai momenti più leggeri legati alle commedie teatrali in dialetto valtellinese, apprezzati dal pubblico degli adulti e dai bambini.
Tante le compagnie che hanno calcato il palcoscenico dell’ex Oratorio San Carlo: tra le altre si ricordano Gli Amici degli anziani, di Talamona, che hanno proposto a Rogolo due spettacoli: “Che trebülà per l'eredità”, e “Andrea Lümàgo trasporti rapidi”. Sempre nella cornice del San Carlo, i protagonisti della terza età hanno raccontato episodi significativi della propria vita in occasione della serata intitolata “I nonni raccontano”: dalla loro viva voce abbiamo imparato a rivivere la scuola di un tempo, la vita militare, il matrimonio e il viaggio di nozze, i giochi e le vacanze estive in Erdona.
Inoltre in occasione delle celebrazioni legate al 25 aprile e al movimento della Resistenza, si ricorda la serata organizzata per ascoltare i racconti e le testimonianze dei rogolesi che hanno vissuto in prima persona la lotta partigiana e un periodo della nostra storia, ancora vivo nella memoria. Anche la nostra Biblioteca Comunale è diventata in questi anni uno spazio accogliente dove si sono organizzate alcune delle proposte più interessanti del nostro calendario culturale. Tra le altre, si ricordano: la serata in cui sono state proiettate circa duecento fotografie che testimoniano e documentano la trasformazione urbana, architettonica, culturale e sociale del nostro paese. Un documento di straordinaria importanza diventato archivio e memoria storica.
L’Assessorato alla Cultura ha aderito fin dal 2005 a tutte le edizioni dell’Open Day, organizzato dalla Regione Lombardia, la terza domenica di marzo, la quale invitava ad aprire le biblioteche e a organizzare eventi e manifestazioni. Le nostre proposte sono state, negli anni: la lettura dei quotidiani e dei settimanali, e le letture animate di fiabe e storie per i bambini.
Ogni mercoledì sera, inoltre, la Biblioteca è aperta agli adulti. Fino al 2007, prima dell’apertura pomeridiana dell’attiguo oratorio parrocchiale, la biblioteca accoglieva i bambini e i ragazzi il mercoledì pomeriggio. Per non sovrapporre la nostra proposta culturale a quella dell’oratorio, si è deciso di sospendere l’apertura del mercoledì pomeriggio. Le proposte della biblioteca, tra l’altro, sono state particolarmente apprezzate dalle confederazioni sindacali dei pensionati: Cisl, Cgil, Uil, con le quali annualmente l’Amministrazione Comunale si incontra per aggiornare e valutare i sevizi erogati dal Comune di Rogolo alla popolazione.

APRILE: LE SALE DELLA MEMORIA
Abrii el fa i fiu
mac' el ghe dà l'uduu.
in aprile sbocciano i fiori, in maggio profumano.
In questi anni l’amministrazione Comunale ha avuto sempre una sensibilità particolare e un riguardo per le tradizioni che legano il nostro paese ai luoghi e alle persone del passato.
Una scelta precisa per tenere vivo un patrimonio culturale di inestimabile valore. Nel corso degli anni, è riuscita a realizzare una cartina con tutti gli antichi toponimi del nostro territorio: dal centro abitato fino alle località di mezza costa e a quelle più sperdute in alta montagna, dove i nostri antenati avevano le casere per il ricovero del bestiame nei mesi estivi.
La cartina, di notevoli dimensioni è oggi esposta nella Sala Consiglio del Municipio a disposizione di tutti i cittadini. Sempre in Sala Consiglio e anche in Sala Giunta le pareti accolgono circa duecento foto d’epoca che documentano l’evoluzione urbanistica, culturale, civile e religiosa del nostro paese e dei nostri avi. Anche nella sala del Teatro San Carlo sono state poste venti tele realizzate con la tecnica a carboncino raffiguranti altrettanti scorci del nostro borgo, alcuni ormai scomparsi o sottoposti a restauro.

MAGGIO: CON I NOSTRI BAMBINI
Na maa lava l'oltra
tuti dù i lava el müs
L'unione fa la forza
Dal 2004, la politica dell’Amministrazione Comunale si è distinta per le molteplici proposte culturali rivolte all’infanzia, ai bambini e ai ragazzi. Tra le tante iniziative promosse si ricorda volentieri la visita guidata al Municipio, durante la quale i bambini hanno potuto visitare, con gli amministratori, le sale e gli uffici dove si svolge la vita amministrativa del nostro paese. Una conoscenza che ha avvicinato i piccoli a una delle istituzioni più vicine ai cittadini. La mattinata si è conclusa con la consegna di un dono a tutti i presenti.
E’ di questi anni anche l’adesione da parte del nostro Ente al Progetto R-Accordi, curato dalla Cooperativa Insieme, per valorizzare le attività rivolte ai piccoli e agli adolescenti. All’interno di questo progetto sono state proposte: La Festa dei Giovani, nella tensostruttura comunale, con laboratori musicali e pratici organizzati da animatori; pomeriggi e serate con giochi e attività manuali e creative; momenti di formazione rivolti ai genitori sui temi attuali del disagio giovanile.
Nel nostro Comune, inoltre, ha sede la Scuola dell’Infanzia con venti iscritti. La politica è sempre stata indirizzata alla massima attenzione verso le esigenze e i bisogni dei bambini. Abbiamo sostenuto uscite didattiche; promuoviamo momenti di incontro in occasione dell’inizio e della fine dell’anno scolastico; insieme al Gruppo Alpini di Rogolo, siamo presenti la vigilia di Natale al pomeriggio di giochi e spettacoli, durante il quale vengono consegnati, con un affettuoso messaggio di auguri, dolci e doni.
La Scuola dell’Infanzia è stata sottoposta in questo ultimo anno a una ristrutturazione architettonica che ne ha ristudiato il progetto delle sale interne aumentando il volume dello spazio e prevedendo nuove aule, laboratori didattici, biblioteca e sala insegnanti. Infine, sempre per i nostri ragazzi, l’Amministrazione Comunale, aderisce ogni anno all’iniziativa Fai il pieno di Cultura, promossa dalla Regione Lombardia, dove vengono proposte pomeriggi o serate con letture animate di fiabe, giochi e animazione. In queste occasione l’Amministrazione Comunale fa dono ai bambini presenti di un libro illustrato a ricordo dell’iniziativa.

GIUGNO: AMIAMO IL NOSTRO TERRITORIO
En öf cöc'el stupa 'n böc'
en öf crü el gà mila virtù
E' più benefico alla salute un uovo fresco che uno sodo
Nell’ottobre 1998 si è costituito nel nostro Comune il Gruppo di volontari di Protezione Civile che presiede con attenta professionalità e impegno il territorio. Sono circa venti i componenti che ne fanno parte e sono presenti alle molteplici giornate organizzate dalla Regione Lombardia, dalla Provincia di Sondrio, dalla Comunità Montana di Morbegno e dal nostro Comune, per pulire i sentieri di montagna, i boschi, i torrenti. Ma anche per invitare ad avvicinarsi amorevolmente al territorio in cui si vive.
Tra le giornate ne ricordiamo qualcuna: Fiumi sicuri, ogni primavera e ogni autunno; Pulire il mondo, giornata di lavoro proposta dalla Lega Ambiente, Verde Pulito della Provincia di Sondrio, e tutte le giornate ecologiche proposte dal mandamento di Morbegno e dallo stesso Comune di Rogolo.
E’ stata ancora la Protezione Civile che nell’estate 2007 ha invitato la cittadinanza a riscoprire, con una bella passeggiata, il sentiero storico Ru–Erdona: un’antica mulattiera che scorre e risale la nostra montagna fino in Erdona, a circa 1000 metri sopra l’abitato.
Un gioiello naturalistico ancora oggi funzionale e ben conservato. Un depliant illustrato con l’itinerario storico e i punti di sosta più interessanti hanno aiutato i partecipanti a soffermarsi, lungo il percorso, alla scoperta di antiche testimonianze: le pose di un tempo, le chiesette, il Castello, i vecchi nuclei rurali di Erla, Fistolera con le belle corti che si aprono per accogliere i visitatori.
Un’ occasione quindi per tutti coloro che hanno ricordi legati a questo sentiero, che l’hanno utilizzato o al quale hanno regalato attimi della propria vita. La giornata si è conclusa con la ricca degustazione gastronomica, organizzata dalla stessa Protezione Civile, nell’area comunale attrezzata, in località Prati della Riva.

LUGLIO: RIVITALIZZAZIONE DEL CENTRO STORICO.
L'è mei südà che tremà
Si sopporta meglio la calura estiva che il freddo invernale.
Nell’autunno del 2008 sono stati presentati alla cittadinanza i percorsi culturali, artistici e religiosi del centro storico rogolese. Comprendono ventisei punti riqualificati all’interno del progetto Pics, Piani Integrati per la Competitività del Sistema, curato dalla Regione Lombardia, al quale il nostro Comune ha aderito.
Un intervento complesso e articolato che ha visto impegnata l’Amministrazione Comunale per due anni. Gli itinerari sono due: il primo dedicato a Religione e Cultura, il secondo intitolato Arte e acqua, comprendono in tutto ventisei punti.
Il percorso Rosso “Religione e Cultura”, comprende otto punti. Si inizia dall’Ex Oratorio San Carlo, si prosegue poi con la chiesa parrocchiale di Sant’Abbondio, la Fontana della Madonna di Lourdes, l’Arco dei Patroni, con la scultura di Sant’Abbondio e l’affresco di San Sigismondo Re; l’affresco della Madonna con Bambino e Sant’Antonio Abate, la Galleria dei Miracoli della Madonna delle Grazie, che accoglie i dieci bassorilievi in polvere di marmo proposti dall’artista Abram di Delebio, Si finisce con la bella piazza dedicata a Papa Karol Wojtyla.
Sono invece diciotto i punti compresi nel secondo itinerario, contrassegnato dal colore azzurro e intitolato “Arte e Acqua”. Si inizia dalla Funtàna Granda, costruita nel 1830, durante il Governo Austriaco, per proseguire con la scultura Acqua Fonte di Vita, il Sasso storico, la Scaletta arcobaleno, la Fontana all’argine, fino ad arrivare al Sentiero degli Alpini, il primo intitolato a questo corpo militare, un percorso pedonale lungo l’argine del torrente San Giorgio per raggiungere la mulattiera che conduce in località Erdona.
Si prosegue con il Parcheggio delle arti e dei mestieri, in località Violina, con la serie di sculture raffiguranti le arti e mestieri del passato, quando la vita era prettamente contadina, molto semplice e scandita dai tempi del raccolto, della lavorazione dei frutti della terra e della cura del bestiame.
Si scende poi verso il Puz di Bèet, del 1832, l’Arco storico, con la pala raffigurante il momento della costituzione del Comune di Rogolo, avvenuta nel 1731. L’itinerario continua con la Funtana de mèz, l’Affresco del miracoloso Crocefisso di Como, la Fontana Pedemonte, la Fontana delle Rimembranze, la Santella del Sacro Cuore, El puzzìn, il Vicolo Peregalli , con le vecchie attrezzature legate allo sfruttamento dell’acqua, per concludere presso il Monumento ai Caduti, dove sorgono sia l’ex palazzo scolastico, datato 1910, sia il monumento voluto dal Gruppo Alpini e dall’Amministrazione Comunale per ricordare i caduti della Prima e della Seconda Guerra Mondiale: un’opera costituita da tre massi in granito della Val Masino che vogliono ricordare le montagne sulle quali combatterono i nostri soldati. All’interno di un masso arde la lampada votiva, simbolo dello spirito che animò i combattenti.
Sul pennone sventola il nostro tricolore, a ricordo della Patria liberata.

AGOSTO: I CONCERTI ALL'APERTO
D'aust el se fà l'üga
de setembri la marüda
In agosto si formano gli acini in settembre i grappoli maturano
Il mese, che conclude l’estate e augura la stagione culturale del nostro paese, è diventato in questi ultimi cinque anni un appuntamento fisso per i concerti all’aperto.
Nella splendida cornice della piazza antistante la chiesa di Sant’Abbondio con il suo profilo tardo-barocco, all’ombra dell’affusolata torre campanaria, si sono susseguiti ensemble di prestigio che ci hanno offerto negli anni repertori classici e raffinati.
Nel 2004 abbiamo ospitato I cameristi della filarmonìa, un quartetto d’archi e soprano che ci hanno intrattenuto con brani di Antonio Vivaldi, Gioachino Rossi, Domenico Cimarosa, Alessandro Scarlatti. Nell’autunno del 2005, abbiamo ascoltato invece la Filarmonica Gaudenzio Dell’Oca, diretta dal Maestro Michele Brambilla, mentre nel 2006 abbiamo ospitato il concerto della Fanfara dei Bersaglieri di Morbegno con i loro brani classici.
Nel 2007, la nostra piazza ha accolto l’Orchestra Fiati della Valtellina diretta dal valido maestro Lorenzo Della Fonte, il cui programma comprendeva brani tratti da opere di Giacomo Puccini, Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi, W. Amadeus Mozart, Jean Francaix.

SETTEMBRE: LE GIORNATE DELLO SPORT
El brüt temp setembrìn
el maia paã e vìn
Il cattivo tempo si settembre rovina il raccolto
Nei mesi di settembre e di giugno gli appuntamenti più attesi riguardano lo sport. Inaugura l’estate, presso il campo sportivo, il tradizionale Torneo di calcio a 5, giunto alla sua decima edizione, imponendosi negli anni come uno degli appuntamenti più importanti, tanto che è patrocinato dagli Assessorati allo Sport della Provincia di Sondrio e della Comunità Montana di Morbegno.
Il torneo è una vera e propria Festa dello Sport animata da ben sedici squadre selezionate, provenienti da tutta la nostra provincia e dall’Alto Lario. La sera della finale, presso la tensostruttura comunale, ci si ritrova poi per le premiazioni, la ricca lotteria, che coinvolge non soltanto gli atleti ma anche la cittadinanza, per finire, con la degustazione eno-gastronomica.
Momenti di sport ci sono stati anche tra i paesi e gli amministratori del nostro mandamento. Tra gli altri si ricorda la competizione calcistica con Albaredo, dove ha prevalso non solo l’orgoglio sportivo, ma soprattutto il confronto e il dialogo tra enti e tradizioni diverse.
A settembre, giunto alla sua terza edizione, inaugura l’autunno il Torneo di Calcio a 5 delle Contrade. Partecipano gli atleti in base alle contrade di appartenenzae in cui è diviso il paese:
Rafforza l’evento il mini Torneo delle Contrade riservato ai bambini, partecipato con entusiasmo da tutti i nostri ragazzi. Ricordiamo, infine, volentieri, che il nostro centro sportivo è stato da poco riqualificato, sia nel manto erboso sintetico, sia nelle reti di protezione, sia nelle strutture dei bagni e degli spogliatoi.
Nel 2004, con una toccante cerimonia, si è intitolata la struttura sportiva agli “Azzurri d’Italia”, per dare ampio respiro e significato all’opera, ma soprattutto per ricordare i gli atleti che si sono distinti, sia a livello italiano sia a livello europeo. E hanno così contribuito alla selezione, ai massimi livelli, delle espressioni sportive italiane in tutte le discipline.

OTTOBRE: LA FESTA DEI NONNI
S'el truna prìm de ciöf
poca acqua la se moöf
Se tuona prima che cominci a piovere la pioggia non sarà abbondante.
Nel 2005 il nostro Comune ha accolto l’invito della Regione Lombardia a promuovere, nell’ambito delle proprie autonomie, iniziative e momenti culturali finalizzate alla valorizzazione e al riconoscimento del ruolo centrale che ricopre la figura dei nonni all’interno della famiglia e, soprattutto, nella società.
E’ così che, ispirandoci alla Legge n. 159 del 2005, che ha istituito, nel mese di ottobre, la “Festa dei nonni”, anche Rogolo, primo comune della provincia di Sondrio, ha organizzato una giornata dedicata a queste figure così importanti.
Tante le iniziative e gli spettacoli. Il programma della giornata è stato vissuto intensamente. Lo hanno inaugurato le tante autorità presenti che hanno ricordato in vari modi l’importanza dei nonni. Si ricorda, tra gli altri, il discorso di Fabio Fecci, sindaco di Noceto (Parma) e promotore della Legge Regionale che ha istituito la Festa dei Nonni. Un ricordo emozionante, attraverso il quale il sindaco Fecci ha illustrato tutto l’iter e i passaggi istituzionali della proposta di Legge, fino alla sua definitiva pubblicazione.
Emozionante anche la cerimonia di presentazione alla cittadinanza della scultura dedicata ai nonni, ora posta presso i giardini della Biblioteca Comunale. Nel pomeriggio ha trovato spazio lo spettacolo teatrale presentato dalla Compagnia di Laura Stradaroli, autrice anche del bel libro “Pensieri di carta” consegnato in omaggio a tutti i nonni presenti. La giornata si è conlusa con una degustazione gastronomica e un momento musicale.
La festa dei nonni è stata riconfermata anche nel 2008.
Nella sala dell’ex Oratorio San Carlo è stato proposto lo spettacolo “Dalla Foce alla Sorgente. I nonni raccontano”: durante il quale abbiamo ascoltato le storie vere e vissute dei nostri nonni animate sul palcoscenico dai bambini. A ricordo dell’ iniziativa l’amministrazione Comunale ha donato a tutti i nonni presenti un libro illustrato con preghiera di leggerlo con i propri nipotini.

NOVEMBRE: ROGOLO IN ARTE E I SUOI ARTISTI
A pagà e a murì
s'è sempri a temp
Non c'è fretta di pagare i debiti o di morire, non bisogna perciò preoccuparsene
Inaugurata nel 2005 e giunta ormai alla quarta edizione, negli anni l’appuntamento con “Rogolo in arte e i suoi artisti” si è ormai consolidato fino a diventare un appuntamento atteso e importante. Nella splendida cornice dell’ex Oratorio San Carlo ogni anno viene presentata una preziosa raccolta di oggetti, dipinti, realizzazioni ispirati al nostro paese o realizzati dai nostri concittadini.
Nel 2007 l’Amministrazione Comunale ha promosso il “I concorso fotografico” aperto a tutti e la mostra “Rogolo in arte e i suoi artisti” ne ha esposto i lavori pervenuti. Le venti immagini, che un’apposita commissione ha valutato essere le migliori, sono diventate poi l’apparato iconografico per il calendario 2008.
Nell’ultima edizione, del novembre 2008, sono stati oltre quindici gli artisti presenti con i propri lavori. E un ampio spazio è stato dedicato per la prima volta ai lavori eseguiti con la tecnica astratta .

DICEMBRE: I NOSTRI AUGURI DI NATALE
De na cativa anada s'en và fò
ma de na cativa nomina no
Con il tempo si rimedia un danno economico, ma una brutta fama resta per sempre
Mese ispirato alle festività anche per l’Amministrazione Comunale. Molte le manifestazioni organizzate nel corso del mese per lo scambio degli auguri e la consegna del calendario che ogni anno l’Amministrazione Comunale dona ai suoi concittadini.
Nel 2005 gli appuntamenti si sono aperti con il concerto di brani gospel e spiritual ispirati al Natale e animati dal gruppo Happy Corus di Delebio.
Nel 2007 La Sala dell’Ex Oratorio San Carlo ha ospitato il concerto del Corpo musicale di Rogolo: dieci brani scelti e presentati dal loro repertorio più classico e magistralmente interpretati dal nostro sodalizio musicale.
Particolarmente partecipato è stato anche l’incontro natalizio con i bambini delle scuole presso la Sala Consiglio del nostro Municipio. Dopo i saluti e gli auguri ai ragazzi è stato consegnato un dono a ricordo dell’occasione.
CALENDARIO 2008 - Versione Pdf (8,8 Mb)
GENNAIO: QUESTIONE DI CAMPANILE
A Sant Bastiãã (20 gennaio)
el su el fa 'l solt del cãã
A San Sebastiano il sole sta tornando a Rogolo e dal fossone va alla Venza
Paesaggio da favola con la neve sul versante orobico, la corona delle Alpi Retiche inondate dal sole, i tetti delle case che spuntano tra rami incantati. E la nostra torre campanaria che svetta imponente verso il cielo azzurro, tra l'aria frizzante del tardo pomeriggio. Dopo le abbondanti nevicate del 1980 e del 1985 lo spettacolo della neve è diventato sempre più una rarità.
Ma neanche la brina, capace di disegnare incantevoli geometrie, si fa più vedere. A tal punto che sono diventati inattuali anche i proverbi dei nostri nonni: Sotto la neve pane, sotto la brina fame. Il clima e le stagioni sono ormai stravolti. I saggi detti di un tempo non hanno purtroppo più senso e noi la neve dobbiamo spararla per averla almeno sulle piste da sci.
Tutto questo ha un po' il sapore della tristezza perché con il trascorrere degli anni non sapremo più capire il linguaggio semplice della luce candida che avvolge il paesaggio dopo una nevicata. E dona pace e serenità a chi sa ascoltare le voci e i silenzi a cui la natura ci ha abituati da millenni.
FEBBRAIO: LE PIANTE VAGANTI
A Sãn Valentìn (14 febbraio)
la primavera l'è visìn
A San Valentino siamo quasi in primavera
Le betulle, modellate dal tempo, sembrano ondeggiare lungo il sentiero del Sàs de l'Era, che costeggia, a nord, i prati di Erdona, dalla Purteia fino alla Raina. Nei tempi andati era d'uso denominare Sàs le zone rocciose, le balme, i massi erratici del versante orobico.
Sulle nostre montagne ci sono molti esempi: il famoso Sàs, sopra il Canal di cãã che toglie il sole al paese dal 4 novembre al 2 febbraio; oppure il Sàs dela stria, sopra la Masonaccia (demolito per farne pietre da costruzione); el Sàs di Beti, sulla strada che costeggia l'öga, tra il Castello e Erla de Suta.
Questo è appunto il masso erratico, trascinato a valle da una rovinosa alluvione. Alcuni di questi massi, un po' meno imponenti, si sono fermati nello stesso paese di Rogolo.
MARZO: LA FONTANA DEL CASTELLO
Mars marzot
tãnt el dì cume la noc'
Il 21 marzo, equinozio di primavera, le ore del giorno sono uguali a quelle della notte.
La simpatica fontanella del Castello con la sua acqua limpida è rimasta intatta anche dopo l'introduzione dell'impianto dell'acquedotto. Scomparse, a suo tempo, le condutture in pietra di Moltrasio, il proprietario del Castello chiese di prelevare l'acqua sorgiva da una selva appena sopra, ad ovest dell'öga per Erla.
Fu concesso l'impianto di una tubatura che portasse l'acqua al rubinetto fissato a un palo, posto proprio vicino al cancelletto di entrata al Castello. Il proprietario della selva, prima di concedere la servitù, pretese in cambio che i Rogolesi di passaggio potessero entrare liberamente per dissetarsi.
Era abitudine, perciò, quando si saliva verso Erla o Erdona, fermarsi a bere. E tutti lo facevano talmente volentieri, anche senza avere sete, che era diventata una consuetudine fermarsi per una sosta nel verde della natura, lassù sempre profumatissima, in ogni stagione.
APRILE: LA MUTA IN FIORE
Giorsc Giurgèt (23 aprile), March Marchèt (25 aprile)
Crus Crusèt (3 maggio) mez invernèt
Anche ad aprile il clima assomiglia a quello invernale.
I ciliegi in fiore punteggiano la montagna intorno alla Muta, donando candore e profumo in ogni angolo. La Muta, località, un tempo abitata da famiglie benestanti, era famosa per essere vicina alle due selve dei Poveri di Cristo, che il Comune metteva a disposizione di chi non aveva la possibilità di procurarsi la legna per l'inverno: i porcrist.
La selva più grande era sopra la Muta, a est dell'öga per Fistolera, la meno estesa, appena sotto il sentiero che dalla strada di Fistolera porta all'öga stessa. Dai benefici a favore dei meno abbienti derivarono la Congregazione di Carità e l'Eca, Ente Comunale di Assistenza.
Ora di porcrist ne sono rimasti pochi e la legna è diventata un lusso per i focolari delle ville, o la materia prima per chi vuol risparmiare sul riscaldamento. Così, nel paese, da novembre a marzo, i camini continuano a fumare.
MAGGIO: LAGHETTO IN FIORE
Giunée el fa el pecaa
E mac' el vee 'nculpaa
Se a gennaio non fa freddo, sarà freddo a maggio.
Questa poetica immagine ci mostra i primi tentativi della primavera al laghetto dell'Alpe Piazza, la zona più caratteristica dell'alpeggio. L'inverno cede il passo al tepore e alla luce della bella stagione ed è il preludio di quello che sarà poi la meraviglia dell'estate. Nello scatto i colori sono ancora timidi, ma tra qualche settimana la natura compirà il suo miracolo.
E la fioritura dei crocchi, nel mese di maggio, già preannuncia l'erba per poter cargà munt. Proprio lì vicino al laghetto, sorgono sia la grande croce, rinnovata da poco, sia il rifugio, accogliente e sempre ben rifornito, realizzati grazie all'impegno di tanti volontari che tengono in modo particolare al convivere civile delle genti. Poi si incontra el barech, dove il casaro Plinio, prepara la polenta per gli appassionati che ogni anno, nel corso dell'estate, salgono fin lassù, a 1800 metri di altitudine.
A sud del laghetto la fontana alimentata, come il resto dell'impianto idrico, dalla ricca sorgente dell'Acqua del Maros. Da lì lo sguardo spazia, verso est, al Piz di Gai e, verso ovest, all'alpeggio di Mezzana, alle cime che lo incorniciano e a tutti gli Alpeggi degli andalesi e dei delebiesi.
Il panorama mozzafiato che accoglie in tutta la sua pienezza, ripaga ampiamente la fatica di raggiungere a piedi dopo ore di cammino questo incantevole luogo fuori dal mondo.
GIUGNO: IL MAGGENGO DIMENTICATO
April gnãã'n fil, mac' adac' adac',
giugn peta via i petulùn, ma c'un poo de atenziùn
Aprile non ti alleggerire, maggio adagio, agagio,
giugno getta via ogni “cuticume” ma non t'impegnare che ti potrebbe abbisognare.
Immerso nel silenzio delle alte cime, appare al visitatore come una casetta delle fiabe. E’ il barech dela casina del dos Pegherùn, lungo il sentiero della Staggina, che dalla Baseta porta all'Alpe Mezzana. Qui il casaro dell'Alpe Piazza, fino a qualche anno fa, vi si trasferiva per far pascolare le mucche nel maggengo e per lavorare il latte.
Si racconta che un tempo questa zona fosse popolata dagli orsi. Proprio lungo il sentiero dela Scima un orso sorprese due cabrée: per salvarsi uno si arrampicò su un albero, l'altro venne invece sburelaa dall'orso. Non fu azzannato, ma sopravvisse per poco tempo allo spavento. L'ultimo orso fu ucciso in questa località dal cacciatore Gerolamo Quaini nel 1826.
LUGLIO: PAESE
De lüi e d'aust l
a trüta la và al busch
A luglio e a agosto le trote risalgono i torrenti di montagna.
E' una splendida veduta del nostro paese colto dal versante retico. Raccolto a grappolo, pare conquistare la nostra montagna e si mostra in questa stagione in tutta la sua luce e nello splendore dei suoi colori. Si contraddistinguono le abitazioni e, sulla sinistra il muro del Repari che sale lungo il crinale fino a sfiorare il Castello. Questa immagine ci riporta con il pensiero agli anni in cui è iniziata la storia del nostro piccolo borgo.
Si presume che i nostri antenati quali: il Rosso di Gualdo, il Mafeo della Tognolona, il Bartholameo del Ronco, durante il dominio dei Visconti, duchi di Milano, avessero deciso di scendere al piano dalle località di mezza costa fino ad allora abitate dai rogolesi. Infatti, all’epoca il tenore di vita era migliorato, il fondovalle paludoso era stato prosciugato; il materiale e i detriti, trasportati dal torrente San Giorgio, riordinati.
Dai documenti d’epoca risulta che il testamento della nobildonna Tadiola Vicedomini, datato 1403, venne redatto a Rogolo, in casa del fratello Viviano, che abitava nell’attuale Vicolo Toresella. E' certo, inoltre, che nel 1530 era già pronta la chiesa e, nella seconda metà del 1500 anche il campanile con tre campane.
Il comune, in quegli anni dipendeva da Delebio che, oltre a Rogolo, annetteva anche Andalo Valtellino. Nel 1602 il grande passo: Rogolo e Andalo si separano da Delebio per “la cura d’anime”, come cita il documento che certifica il passaggio all’autonomia. Alla data del 1602 la chiesa, infatti, era già consacrata e affidata alle cure dell’economo spirituale Homa Malcoclo Comense.
AGOSTO: DA ERLA VERSO ERDONA
A Sãn Lurenz (10 agosto)
la castegna l'è cume en denc
A San Lorenzo la castagna, nel riccio verde, è grande come un dente.
Dalla Piana di Erla de Sura, ecco lo scatto sull'imbocco della mulattiera per Erdona. Una vegetazione rigogliosa accoglie il visitatore che si incammina verso i Praa. E il verde intenso del paesaggio dona frescura che dura a lungo nei caldi pomeriggi d'estate. La ricchezza della vegetazione dei nostri contrafforti alpini è una caratteristica che i vicini Cech ci hanno sempre invidiato. Proprio come noi invidiamo loro il sole d'inverno.
A ciascuno il suo, quindi, poiché il Padre Eterno è giusto. Ancora oggi da Erla Alta partono sentieri e strade che la collegano ai centri di mezza e alta montagna, un tempo i più indispensabili al vivere dell'uomo: i Sumenzée, Fistolera, i prati di Erdona.
A Erla fino a qualche decennio fa passavano il loro tempo i Peregai, i Gneca, i Mulinée, i Tugnet, i Bacic' e i Pasquai. Ora il borgo è quasi completamente abbandonato anche dai proprietari dei maggenghi e delle cascine, che vi salgono soltanto d'estate per brevi gite o per pranzare in compagnia e nella frescura.
SETTEMBRE: BOSCO TRICOLORE
La scighéra de setembri
la maia i castegn
La bruma di settembre rovina le castagne
Il tappeto di foglie rosse ci avvisa che l'autunno sta bussando alla nostra porta. E la montagna, dopo i rumori dell'estate, tra pochi giorni tornerà di nuovo silenziosa. Ma questa fotografia, dal titolo patriottico, ha soprattutto il merito di valorizzare il profilo dei nostri boschi di piante resinose, oggi ormai trascurati. Il bosco di alta montagna, finché ci sarà consentito poterlo visitare agevolmente, rappresenterà sempre un'attrattiva.
Un tempo però costituiva, soprattutto, una fonte di sostentamento per tutti. Nei primi decenni del 1800 il Comune, per sollevare la popolazione dalla miseria, vendette il legname, e versò al parroco 9.000 lire. I capi famiglia vennero così esonerati "in perpetuo" dall'obbligo di consegnare le primizie; obbligo che si era costituito con atto datato 1602.
Dopo la lottizzazione dei boschi molte famiglie risollevarono le proprie finanze con la vendita del legname. Addirittura, anche le divise dei musicanti vennero acquistate vendendo i tronchi del bosco comunale. Il lot de Peghera era un valore. Ora i tronchi restano nel bosco a far ripiena e non si sa fino a quando potremo rifare una fotografia come questa che accompagna il mese di settembre.
OTTOBRE: L'ŐGA
Tra Sãntã Teresa (15 ottobre) e Sãn Simùn (28 ottobre) loduli a muntùn
Nella seconda metà di ottobre c'è il passaggio delle allodole
L'Őga sale ai Casìn: i colori di questa immagine sono già quelli tipici dell'autunno. E le foglie soffici sembrano adagiate con leggerezza lungo il percorso. L'öga, antica via, serviva, un tempo, ai contadini per trascinare al piano i tronchi appena tagliati.
Da Violina su, su fino a 600-700 metri di altitudine se ne dipanano alcune, ognuna con un toponimo preciso: l'öga del Repari, quella di Erla, di Fistolera, del Grataröö, della Baruzzera. Quest'ultima, che dal Mutùn va al Purcif, ha poca pendenza e i boscaioli per trasportarvi il legname usavano el baroz cioè la parte anteriore del carro aggiogata ai buoi e, più tardi, ai muli.
Nel Municipio di Rogolo esiste il regolamento che stabiliva l’obbligo di accompagnare i tronchi dal Turnu a Violina, con il mulo o con il zapìn, per evitare di investire qualcuno. Nelle altre öghi, invece, se qualcuno si esponeva al pericolo lo faceva sotto la propria responsabilità.
NOVEMBRE: NEBBIA NEL BOSCO
A Sãn Martìn (11 novembre) tee prunt el sciuch per el camìn
A San Martino bisogna preparare la legna per il camino perchè il freddo si fa sentire.
Il bosco, vestito d'autunno, è diventato misterioso: la nebbia lo sta avvolgendo, piano, piano, e fra non molto nulla potremo più distinguere. Da Rogolo non si potrà più scrutare la montagna per intravvedere i luoghi che ci hanno fatto compagnia durante le vacanze estive. Mentre da Erdona non si potrà più ammirare il panorama del fondovalle e della costiera dei Cech. Poi pioverà.
La nebbia è nemica degli animali che vagano incerti e disorientati. Ma è amica dei fungiat perché crea l'habitat favorevole alla buttata dei porcini d'autunno. In inverno quando la bruma si cristallizza sui rami per un'improvvisa gelata, il bosco sembra ricamato con trine bianche affascinanti: è il fenomeno della galaverna, le cui meravigliose geometrie ci fanno apprezzare un poco anche la nebbia.
DICEMBRE: BIANCA TRANQUILLITA'
Natal cui töö e Pasqua cun chi te vöö
Natale è meglio trascorrerlo in famiglia.
La Pasqua invece con chi si vuole. Questa immagine ci mostra il paesaggio intorno alla località Cassini addormentato sotto la neve. Il silenzio avvolge la natura nel candore della prima nevicata di novembre.
I Cassini, uno degli abitati più vicino all'odierno paese di Rogolo, prima del 1500 era uno dei centri più importanti della zona. Rimangono ancora, a sinistra della strada per Gualt dela fò, dietro le prime cascine, i resti di una costruzione a più piani. Era un edificio in sassi a vista costruito a scopo di ritrovo per divertimento.
Le leggende di paese narravano che proprio lì si riunivano figuri strani con i piedi di capra.
Addirittura, un ballerino avrebbe detto a una ragazza un po' troppo arzilla A piaa pigolza che i mort i gà poca forza! Così raccontava l'Ava Minighina ai ragazzini desiderosi di novità che poi tornavano alle loro case pieni di paura. Oggi i tempi sono cambiati. Ora, i grandi, la sera, hanno paura per realtà ben diverse.
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GENNAIO: IL MUNICIPIO
A Sãn Tumaas (28 gennaio)
el se slunga ’l dì dala buca al nas
(A San Tommaso aumentano un po’ le ore di luce)
Il nostro Municipio di Rogolo si affaccia sulla piazza principale del paese e, insieme alla chiesa e al vicino palazzo scolastico che nel suo giardino accoglie il Monumento ai Caduti, rappresenta il cuore pulsante di Rogolo, il luogo cioè dove ogni giorno scorre la vita civile, amministrativa, religiosa della nostra piccola realtà.
La sede del Municipio inizialmente era nell’attuale edificio insieme alle due classi della scuola elementare, e in seguito, insieme alla Latteria e all’Ufficio Postale, attivo a Rogolo dal 1930. Dal 1910 con la costruzione del Palazzo Scolastico il municipio ha trasferito lì il proprio ufficio. Infine nei primi anni Ottanta è stato rimodernata l’attuale sede municipale. Il primo sindaco, Giovanni Battista Rossi, si è insediato a Rogolo dopo l’Unità d’Italia, nel 1859 e ha amministrato fino al 1877.
Fino al 1926 si sono succeduti altri cinque sindaci fra cui Battista Ferrè che nel 1927 fu nominato podestà, come era previsto dagli ordinamenti legislativi del governo fascista. Governò fino al 1937 dopodiché fino al 1945 Rogolo fu amministrata da quattro commissari prefettizi perchè il primo podestà era infermo. Dalla fine della Seconda guerra mondiale e dall’avvento della repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, si sono succeduti a Rogolo 13 sindaci.
Attualmente il sindaco è Matteo Dell’Oca. Dalla consultazione degli archivi si è potuto vedere che nel 1881 gli abitanti residenti a Rogolo erano 434. Si sono sempre incrementati fino al 1921 anno in cui arrivarono a 484. Mentre nel decennio 1921-1931 ci fu una flessione negativa significativa che portò il numero degli abitanti a 396. Si presume che la causa fosse un’epidemia tanto che proprio in quegli anni venne realizzato al Condut il primo lavatoio a vasche separate così da salvaguardare maggiormente l’igiene anche durante il lavaggio della biancheria.
Oggi a Rogolo risiedono 527 persone distribuite in circa 220 nuclei famigliari. Gli stranieri presenti sono 31 divisi in 19 famiglie.
FEBBRAIO: LE ANTICHE CANTINE
Se ala seriöla (2 febbraio) l’è seree l’invernu el turna ’ndree,
ma s’el ciöf u l’è niul el pegurée el cumpra el siul
Se al 2 febbraio è sereno torna il freddo invernale.
Ma se è brutto tempo il pastore pensa già al pascolo
Dopo tre lunghi mesi trascorsi “all’ombra” il nostro paese si prepara a febbraio ad accogliere in grande stile il ritorno del sole. Infatti per l’orografia delle nostre montagne il sole scompare il 2 novembre per far ritorno intorno al 2 del mese di febbraio.
L’è fò l’urs de la tãnã, gridavano i ragazzi bussando alle porte delle case per far uscire giovani e anziani. Una tradizione che ricorda la nostra gente tenace e pacata che nei mesi più rigidi s’era fatta l’abitudine all’attesa e quando il sole sfiorava timidamente l’orologio del campanile si lasciava prendere dall’entusiasmo ma perché intravedeva già il ritmo dei lavori all’aperto. Una tradizione rispolverata anche ai giorni nostri.
Come ogni anno, il primo sabato di febbraio, ci si prepara a festeggiare il ritorno del sole con un pomeriggio dedicato alla storia locale e alle risorse agricole che hanno caratterizzato Rogolo fino a qualche anno fa, per poi culminare in una ricca degustazione gastronomica in due antiche cantine del centro storico, proprio come si faceva una volta.
Era consuetudine infatti per i nostri avi ritrovarsi in cantina per bere un buon bicchiere di vino rosso accompagnato a una fetta di polenta fredda, che non mancava mai sui tavolacci in legno. Si parlava dei prossimi lavori in campagna, del bestiame da governare e delle prime spese da sostenere. Ma il mese di febbraio, pur con un barlume di sole, era subdolo e portava i malanni del freddo ai più incauti.
Per questo i nostri avi avevano coniato un brutto proverbio: Se te voo desfat dela miee mandela al suu de febrèe: ma tutto finiva in una grande risata alle spalle delle povere donne, perché il maschilismo imperava.
MARZO: VECCHIE CORTI LE VIA BONGINI
Chi cupa i musch marzöö,
i cupa la mãmã e anca i fiöö
Se si distruggono le prime mosche
In seguito ce ne saranno poche
La via Bongini è uno dei tre nuclei storici più vecchi di Rogolo, insieme alla via Fallati e a Vicolo Toresella. Ancora oggi quasi tutto è rimasto intatto nel tempo: le facciate delle case, i balconi, i portoni che celano giardini fioriti da scoprire o luoghi freschi dove conservare formaggi e vino.
Agli inizi del secolo scorso le abitazioni che affacciavano sulla via Bongini era tutte collegate da dietro portici coperti che la gente poteva percorrere senza prendere la pioggia o essere esposta ai venti gelidi dell’inverno e alla calura dell’estate. In realtà i portici furono costruiti per difendersi dagli orsi che nei mesi invernali scendevano dalla montagna fino al centro abitato per cercare cibo e potevano arrecare gravi danni alle cose e alle persone. Di queste particolari architetture non c’è oggi testimonianza se non i ricordi degli anziani del paese.
Molto suggestivo rimane ancora percorrere la vecchia Strencia, rimasta come un tempo, che porta al curtif di Peregai. Inoltre qui tra via Bongini e via Piazza si trova Casa Peregalli, l’abitazione dei vari curati: Bartolomeo nobile Peregalli, Giovan Pietro nobile Peregalli e Giovan Battista Peregalli.
Nel 1604 era presente a Rogolo l’economo spirituale Orlando Peregallo che veniva da Delebio e suppliva all’assenza del curato di Rogolo. Sempre dalla via Bongini vi è un altro suggestivo luogo da scoprire. Si può imboccare la bella stradina che porta al chiostro della biblioteca Comunale, un tempo sede della casa parrocchiale, passando sotto un’antica volta, anch’essa rimasta intatta nel tempo che presumibilmente faceva parte del soffitto di una vecchia stalla adibita al ricovero del cavallo del parroco.
Infatti da un documento del 1683risulta che i due consoli di Rogolo garantivano al curato “che la comunità li darà ogni anno Lire 80 imperiali per la spesa e fieno del cavallo e per la legna”.
APRILE: I GIARDINI PARROCCHIALI
Abrii ogni guta en barii
Ci si augura che ad aprile piova tanto
Già all’inizio del secolo scorso nell’area che oggi ospita i giardini pubblici vi era il gioco delle bocce, unico divertimento per gli uomini del paese. Infatti Don Alessandro Casotti, parroco di Rogolo fino a tutti gli anni Quaranta, spesso si univa agli uomini per questo gioco.
Spesso i giocatori per stabilire la dista za fra le bocce e il boccino gli dicevano “el misuri luu sciur preost ch’el gà tuti i cumudità”. Il divertimento fu poi portato avanti anche da don Giuseppe Del Barba, arrivato a Rogolo negli anni Cinquanta.
Don Giuseppe fu il primo parroco nominato dal Vescovo, perchè il 25 aprile 1945 i capi famiglia avevano rinunciato al loro diritto di nomina diretta. Il prevosto teneva nella cantina parrocchiale le bibite da vendere ai giocatori. Poco più in là, un piano rialzato addossato all’attuale abitazione del prete dove le bambine alla domenica si riunivano per i loro giochi: ai sassi, a palla, a bambole, in compagnia della perpetua Rosalia e poi di Margherita. Alla fine i bambini dovevano andare alla Madonnina di Lourdes per la recita di una preghiera.
Prima di tornare a casa passavano davanti alla grata del vicino ossario dove era tradizione portare i propri dentini da latte man mano che cadevano ma soprattutto per osservavano l’interno con un certo senso di paura. L’ossario fu poi demolito tra il 1951 e il 1955.
Ora i giardinetti pubblici ospitano giochi per bambini e fanno da raccordo tra i tre punti più frequentati dai bambini e dai ragazzi: la casa parrocchiale, i locali del catechismo, l’oratorio e la biblioteca comunale.
MAGGIO: L'ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA PARROCCHIALE
S’el ciöf a Santa Crus (3 maggio)
i è boc’ castegn e nus
Se piove il 3 maggio le noci e le castagne
Saranno bacate
Il mese di maggio, mentre l’estate avanzava veloce, era dedicato soprattutto al culto della Madonna e per questo tutte le sere ci si ritrovava in chiesa per la consueta recita del rosario. La chiesa di Rogolo con la sua piazzetta a forma di emiciclo, costruita dove prima esistevano le stalle del Mafelino, rogolese emigrato a Napoli, è racchiusa dentro a muri che sembrano proteggerla, rappresenta il cuore religioso della nostra piccola comunità. Intitolata a Sant’Abbondio e San Sigismondo, la chiesa è stata costruita nella prima metà del Cinquecento, rifatta e ingrandita insieme all’Oratorio San Carlo nei primi anni del Settecento e ulteriormente restaurata nel 1879.
La nostra chiesa è affiancata dall’imponente torre campanaria, di epoca secentesca) alta più di trenta metri, oltre la cuspide che ne misura 17. Ingentilisce la torre l’orologio a quattro quadranti di antica fattura, recentemente rimesso in funzione. La chiesa è a una sola navata con l’altare rivolto verso Oriente come da tradizione e culmina all’altare maggiore separato dalla navata da due belle balaustre in marmo nero eseguite nel 1738 dal Maestro Francesco Antonio Cuca di Varenna.
L’altare di epoca settecentesca è impreziosito da una lavorazione a foglia d’oro. Al di sopra dell’altare nelle grandi occasioni vengono esposti quattro busti-reliquario in argento che conservano le insigni reliquie di San Carpoforo, Sant’Abbondio, San Fedele Martire, San Carlo Borromeo. Fino a quando l’ex oratorio di San Carlo fu adibito a sala cinematografica le reliquie, i candelabri e le cantaglorie d’argento venivano conservati nella piccola sacrestia dove oggi c’è la biglietteria e l’entrata laterale al San Carlo.
Da questa sacrestia, posta a sinistra del presbiterio, si accedeva al pulpito rotondo che si trovava a lato dell’altare della Madonna delle Grazie. L’altro pulpito invece era tra le due cappelle a destra della navata.
GIUGNO: L'ANTICO LAVATOIO
De Sãn Vitu e Sãn Mudest (15 giugno)
l’è pesc l’acqua che i tampest
A San Vito e a San Modesto
la pioggia fa grandi danni
L’antico lavatoio detto del Fregèe si trova appena fuori dall’abitato in direzione ovest. E’ stato costruito nel 1874 lì dove i primi abitanti della zona ovest di Rogolo appena scesi dalla montana, a partire dal Cinquecento, attingevano l’acqua potabile dalla sorgente che esiste tutt’oggi.
L’altra sorgente si trovava presso il torrente San Giorgio, al Punt de la funtana e serviva gli abitanti della parte est del paese. Il piccolo lavatoio è stato poi rifatto e ampliato nel 1928 utilizzando lastroni di granito delle Orobie. E costituito da due vasconi: uno per lavare e l’altro per risciacquare e sulla colonna centrale un occhio attento può ancora vedere lo stemma apposto dal Governo fascista con l’annata di fondazione espressa in numeri romani.
Qui al lavatoio le donne di Rogolo facevano il bucato ogni settimana anche quello più importante la bugada che veniva fatto nel periodo di Pasqua quando le massaie lavavano bene tutta la biancheria che durante il rigido inverno avevano trascurato perché era impossibile recarsi al lavatoio. Le lenzuola e le altre tele venivano messe a bagno nell’acqua bollita insieme alla cenere (la lesiva).
Era una lavoro faticosissimo e durava più giorni. Le donne trasportavano con la carriola la biancheria da casa al lavatoio soprattutto le lenzuola pesanti fatte con tela di canapa. Il lavatoio era quindi un punto di incontro delle massaie che mentre lavavano si scambiavano le notizie più colorite sugli abitanti del paese.
Oggi è un luogo silenzioso immerso nel verde dei primi contrafforti della nostra montagna e durante i mesi estivi porta ristoro e refrigerio ai passanti e ai lavoratori che spesso si fermano per uno spuntino.
LUGLIO: NELLA STALLA
A lüi la tera la bui
A luglio il caldo è insopportabile
Il mese di luglio vedeva i contadini nel pieno della loro attività. Nel primo Novecento infatti la popolazione di Rogolo si occupava prevalentemente della’agricoltura e dell’allevamento del bestiame. Anche i bambini aiutavano raccogliendo i serment (viticci secchi) nella vigna, portando al pascolo le pecore o le mucche, strappando le erbacce nei campi e negli orti.
Ogni nucleo famigliare aveva accanto alla propria abitazione la stalla e l’aia dove si svolgeva la vita vera e propria. Erano due luoghi talmente fondamentali per l’epoca che sulla facciata di parecchie stalle e aie vi erano dipinti e affreschi talvolta di pregevole fattura e ancora oggi in alcuni casi ancora visibili e ben conservati. Per esempio sulla facciata delle stalle di via Bongini, ora restaurate, e delle stalle dei Beet e dei Cürtùn nell’area più alta del paese.
All’inizio del secolo scorso i capi di bestiame presenti a Rogolo erano in quantità significativa. Infatti c’erano ben 96 vacche, 39 manze, 20 vitelli, 4 buoi, 5 tori, 10 cavalli, 82 caprini, 115 pecore, 32 maiali. Nel 1957 si adottano i primi trattori nella campagna e così scompaiono i buoi e i cavalli. Infatti vi sono 107 vacche, 13 manze, 55 vitelli, 1 cavallo 7 muli, 7 capre 12 pecore 31 maiali.
Gli agricoltori al tempo conferivano tutto il latte prodotto dalle mucche alla Latteria sociale, sorta nel 1896 con sede dove ora si trova l’Ufficio postale. La nuova Latteria sociale di via Streccia fu invece costruita nel 1956. Ora a Rogolo è rimasto un solo allevatore di mucche: con poco più di 80 capi tra mucche e vitelli è in grado di costituire tutta la filiera dei prodotti caseari: dalla lavorazione del latte alla produzione di burro e formaggio.
AGOSTO: IN CAMPAGNA
S’el ciöf en aust
el ciöf mel e anca must
La pioggia d’agosto è benefica per la campagna e per la vigna
Dopo le tavolate che vedevano riunite tutte le numerose famiglie di una volta per festeggiare il Ferragosto in Erdona si pensava già al ritorno al piano perché il bosco cominciava a diventare freddo e umido e il sole tramontava molto presto.
Ferragosto era quindi uno degli ultimi giorni passati in allegria prima del rientro. Sulle tavole fumavano la polenta e le salsicce appena cotte, e facevano bella mostra salami, formaggi e ricotta appena fatta sull’Alpe. Era una grande festa e anche l’occasione per dialogare fra amici e soci che si infervoravano nei discorsi per il vino che innaffiava il ben di Dio preparato per l’occasione.
El ciapel del vìn passava da uno all’altro e tutti bevevano senza paura di trasmettersi i microbi e nessuno si ammalava. Il disnà durava fino al tardo pomeriggio, e fino a quando il sole era calato perché non essendoci la luce nelle baite bisognava andare a letto.
Ora siamo diventati più raffinati e la tavolata di Ferragosto spesso la trasferiamo in ambienti accoglienti come ristoranti all’aperto o giardini attrezzati. La polenta è quasi sempre presente anche oggi ma i contorni sono decisamente cambiati.
Si preparano piatti di carni in diversi modi e se si può formaggi nostrani e salam de cà che sono diventati una ricercatissima specialità. Le tavolate sono comunque più ricche di una volta.
SETTEMBRE: LA SCUOLA DELL'INFANZIA
A Sãn Matee (21 settembre)
el dì el và ‘ndree
Dopo il 21 settembre, equinozio di autunno
Le ore di sole diminuiscono
Settembre è il mese in cui per tradizione si ritorna a casa dalle ferie e dalle vacanze scolastiche. Riaprono le scuole e l’asilo. Il nostro asilo di Rogolo è sorto per iniziativa di un Comitato Comunale nel 1945. In seguito fu gestito dal parroco che designò per l’insegnamento due religiose: suor Ida Maria e suor Melania; successivamente suor Benedetta e suor Melania.
Verso gli anni Sessanta le suore sono state sostituite da un insegnate elementare e da una cuoca che preparava minestra, pasta o riso asciutti quasi sempre al burro, pochi e semplici secondi, pane e mela, acqua. I bambini però si portavano il cestino da casa con qualcosa per integrare il pranzo e per la merenda.
Il Comune all’epoca mise a disposizione un’aula delle scuole elementari e l’alloggio per le due suore nello stesso edificio. Provvide alla forniture della legna per il riscaldamento e contribuì annualmente con la somma di lire 80 mila. L’Asilo era sovvenzionato anche dallo Stato, dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde e dall’Opera di assistenza internazionale così che la retta per gli abbienti era limitata al minimo. Nel 19 è stato costruito l’attuale scuola per l’infanzia di via XXV Aprile.
Oggi è una scuola statale ed è condotta da tre insegnanti diplomate a cui si affianca il personale ausiliario che accolgono circa 16 bambini. Il menu giornaliero è molto cambiato rispetto ad allora. Occorre seguire le tabelle alimentari stilate dalla Asl e dalla Regione Lombardia.
I bimbi vanno all’asilo vestiti normalmente mentre un tempo era obbligatorio il grembiulino a quadretti, con il collettino bianco. Tutti i bimbi dopo il pranzo dovevano fare il riposino: qualcuno riusciva a dormire, altri invece chiudevano gli occhi solo all’avvicinarsi della suora o della signorina.
OTTOBRE: L'ALTARE DELLA MADONNA DELLE GRAZIE
A Sãn Michee (29 ottobre)
la castegna l’è suta ai pee
A fine ottobre tutte le castagne sono per terra.
Per ogni Madonna si celebra una festa all’anno ma per quella delle Grazie due: la seconda domenica di ottobre e il patrocinio, la terza di novembre. Perchè tanta devozione da parte dei Rogolesi la cui invocazione più frequente era Maduna de li Grazi iutem? Don Giuseppe Vaninetti, economo spirituale a Rogolo dal 1727 al 1728, fece pubblicare nel 1740 Divota narratione di alcune miracolose grazie.
Don Teofilo Arzuffi, parroco dal 1881 al 1916 nel 1900, fece stampare il secondo libro La Madonna delle Grazie venerata nella prepositurale di Rogolo cenni grazie e miracoli.
Don Giuseppe Locatelli, venuto a Rogolo il 12 ottobre 1902 per il panegirico sulla Madonna delle Grazie, spiegò il perché di tanta devozione anche da parte dei paesi limitrofi. Nei primi anni del 1600 la Valtellina versava nel grave pericolo di essere travolta dall’eresia e dalla peste.
Una certa Ginevra che pregava ogni giorno all’altare della Madonna vide le lacrime uscire copiose dagli occhi di Maria, corse dal parroco e con un purificatoio di lino bianco insieme asciugarono le lacrime prodigiose. I Rogolesi continuarono la loro devozione anche nel Novecento specie durante la seconda guerra mondiale. Se i soldati al fronte erano in grave pericolo le mamme correvano dal parroco a fà desquarcià la Maduna il cui simulacro era protetto da un prezioso tendaggio di seta ricamata.
Quando nella notte tra il 28 e il 29 marzo una bomba che era diretta all’edificio scolastico colpì l’angolo nord-ovest del presbiterio danneggiando i tetti del San Carlo e della piccola sacrestia i rogolesi dissero La Maduna l’à salvaa el pais, cioè ritennero che la Vergine avesse attirato la bomba verso il suo altare per proteggere le case.
NOVEMBRE: IL MONUMENTO AI CADUTI
Per Sãn Clement (23 novembre)
l’invernu el met su i denc
Dopo il 20 novembre il freddo è già rigido come in pieno inverno
Il Monumento ai Caduti è posto accanto all’ex edificio scolastico inaugurato nel 1910 e chiamato con gran sussiego el palaz, nel cuore pulsante di Rogolo. Infatti è stato dal 1910 in poi il centro culturale del nostro paese: oltre alle aule scolastiche per un certo periodo di tempo fu sede anche sia dell’asilo sia del Municipio.
Dopo la Grande Guerra venne affissa alla parete nord dell’edificio scolastico la lapide a ricordo dei sei caduti di Rogolo. Il cortile della scuola divenne parco della Rimembranza. Si piantarono intorno sei abeti a ricordo dei soldati caduti.
Nel 1945 gli abeti erano già diventati grandi ma anche i caduti erano aumentati e se ne piantarono altri a rappresentare ciascuno di loro. In seguito poiché gli abeti erano diventati troppo imponenti e rischiavano di sollevare il muro di cinta con le loro radici vennero tagliati e sostituiti. Ma i nostri vecchi alpini ritenevano che i combattenti caduti per la libertà meritassero di più.
Si decise così per la costruzione dell’attuale monumento posto all’angolo nord-ovest del cortile della scuola che ormai è chiusa da oltre dieci anni e l’edificio è diventato oggi sede delle varie associazioni che operano in paese. Il bellissimo monumento-ricordo voluto dagli alpini e dall’Amministrazione Comunale è costituito da tre sassi di granito della Val Masino che ricalcano il degradare delle montagne su cui combatterono i nostri soldati.
All’interno di un masso arde la lampada votiva simbolo dello spirito che animò i combattenti. Sul pennone sventola il nostro bel tricolore che ricorda la Patria liberata.
DICEMBRE: AL SAN CARLO CON BABBO NATALE
Sãntã Lüzia (13 diecembre)
l’è ‘l dì pusée cürt che ghe sia
A Santa Lucia le ore di luce sono ridotte al minimo.
Nel 1602 la gente viveva di stenti ma prima di separarsi da Delebio aveva già eretto nella sua terra oltre alla chiesa anche due Oratori: luoghi di preghiera anteriori alla chiesa stessa. Non si conosce l’anno di costruzione del San Carlo ma sappiamo per certo che alla fine del XVI secolo esisteva già a ricordare San Carlo Borromeo benefattore dei nostri paesi.
Il Vescono Feliciano Ninguarda durante la sua visita del 1593 annota “Oltre Delebio vi è la frazione di Rogolo con 15 famiglie tutte cattoliche, con una chiesa semplice. Nella terra vi sono due oratori: San Carlo e la Madonna della Mercede, posta a un’ora di cammino dall’abitato (Fistolera).
Nei primi anni del 1700 quando fu ampliata la chiesa si sentì il bisogno di valorizzare allo stesso modo l’attiguo oratorio che divenne appunto la chiesa di San Carlo: infatti le due costruzioni hanno lo stesso portale di ingresso. Nello stesso secolo iniziano a lavorare nella chiesa i maggiori artisti del tempo lasciando anche al San Carlo la testimonianza pregevole della loro arte: soprattutto l’affresco che impreziosisce l’abside raffigurante la colomba dello Spirito Santo in campo azzurro.
Un motivo che si ritrova in altre due chiesette di Rogolo: quella di Fistolera e quella di San Giorgio al Castello. Nel XVIII secolo il San Carlo divenne la sede della Confraternita del Santissimo Sacramento e della Fabbriceria che amministrava i conti della chiesa. Inoltre vi si celebravano alcune messe. La chiesa di San Carlo dopo il bombardamento del 1945 e negli anni a seguire cadde sempre più in rovina.
Nel 1957 fu consacrata e divenne luogo di spettacolo a favore dei giovani. Vi fu annessa come biglietteria la piccola sacrestia della chiesa parrocchiale. Il degrado ricominciò in seguito a lasciare i suoi segni tanto che venne sottoposto recentemente a un completo restauro conservativo sia sulla struttura architettonica sia su quella artistica.
Oggi vi si svolgono spettacoli teatrali, concerti, recite dei bambini e dei ragazzi, mostre, convegni. E durante i mesi invernali, per evitare di riscaldare tutta la chiesa, vi si svolge durante la settimana la santa messa vespertina.
CALENDARIO 2006

GENNAIO: IL PALAZZO SCOLASTICO
A Sant’Antoni (il 17) dela barba biãncã
se nul fioca poch ghe mãncã
El Capudãn
La mattina del 1° gennaio nelle strade del paese di Rogolo era tutto un gran vociare. I maschietti del paese infatti avevano il compito di correre di casa in casa e bussare ai portoni. Ai padroni che si affacciavano sull’uscio gridavano Capudãn. Ai ragazzini felici con il viso e le mani tutte le rosse dal freddo venivano poi distribuiti fichi secchi, castagne peste, spagnolette (galet) e altre golosità in base alle disponibilità di ognuno. Dopo la fine del giro, una corsa e i bambini giungevano nelle proprie case a scaldarsi vicino al fuoco e a festeggiare la giornata intorno alla tavola, mentre la mamma a mezzogiorno in punto serviva la polenta calda con il latte.
El Gabinàt
Il mattino del 6 gennaio un’altra tradizione coinvolgeva la comunità. Era infatti il turno delle bambine mentre i maschietti dovevano restare a casa. Le modalità del gioco erano le stesse del Capodanno. Lungo le vie del paese si bussava alle porte e si diceva Gabinàt. Anche in questa occasione venivano distribuiti piccoli dolci che le bambine portavano a casa per festeggiare in famiglia. Più tardi rimase nell’uso che anche gli adulti si “vincessero” il Capudãn e il Gabinàt: infatti quando si incontravano lungo la strada tutti cercavano di dire per primi Capudãn in modo da poter predetendere un compenso (pagà el Capudãn).
L’è fò el giünée
Nel tardo pomeriggio del 31 gennaio era abitudine far uscire gli adulti di casa con qualsiasi motivo e pretesto per poi gridare l’è fò el giünée. Proprio per questo motivo rimase nell’uso comune di chiamare giünée un credulone. L’ultimo giorno di gennaio era vissuto dalla gente di Rogolo come la fine dell’inverno. Mancavano pochi giorni al ritorno del sole e si guardava già alla primavera ormai alle porte. Le giornate erano un po’ più lunghe e le strade cominciavano a ripopolarsi di voci, rumori e persone.
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FEBBRAIO: L'ORATORIO SAN CARLO
Ala Maduna di candilìn (il 2 febbraio)
el suu l’è su ’n del campanìn
Il 2 febbraio i primi raggi del sole, che ritornava a Rogolo dopo tre mesi, battevano sull’orologio del campanile. Per tutta la comunità era davvero un giorno importante ed era abitudine festeggiare l’evento con gioia, nelle strade, fuori dall’uscio di casa e a volte diventava un pretesto per qualche sosta all’osteria con un buon bicchiere di rosso. La vita riprendeva con altre abitudini rispetto all’inverno anche se la temperatura e il clima rimanevano ancora abbastanza rigidi.
L’è fò l’urs dela tãnã
Sempre il due febbraio per rimarcare questo importante avvenimento si usava andare di casa in casa come il 31 gennaio. Si bussavano le porte e ai creduloni che uscivano di casa si ripeteva lo stesso ritornello L’è fò l’urs dela tãnã. Qualcuno si arrabbiava per essere stato ingannato, qualche altro, più di buon umore, diceva: “Bravi matei, vegnii ãncã ‘n’ utr’ãn a tiram de fò!”
La visita al gişöö pinìn del culdiröö
Il 5 febbraio, giorno dedicato a Sant’Agata si andava in pellegrinaggio alla cappelletta del Coldirolo con una candela per accenderla in onore della Santa. Al gişöö pinìn infatti era conservato sulla parete dell’altare un affresco raffigurante Sant’Agata a cui le donne erano molto devote e a cui, anche nel corso dell’anno, rivolgevano volentieri una preghiera e portavano un piccolo ricordo. Infine il 14 febbraio i vecchi del paese scrutavano il cielo ed erano soliti dire: “A Sant Valentìn la primavera l’è vişìn”.

MARZO: LA FUNTANA GRANDA
Mars pulverent (ventoso)
Poca paia e tãnt furment
En marzaria
Il pomeriggio del primo marzo era festa grande per i bambini. Usciti da scuola si procuravano un campanaccio (chi era più fortunato una brunza) e correvano via per i prati e per le vigne a suonarli per risvegliare l’erba. Era un chiasso indicibile fino a sera quando i bimbi stanchi e affamati rientravano in casa. Anticamente, fino alla prima metà del 1700, erano i sindaci della chiesa a organizzare la chiamata dell’erba. Dal libro dei conti della chiesa di Rogolo, infatti, è stato trascritto sui alcuni documenti: “1726 – li 18 marzo – speso per tanto matuscio per la marzaria: L. 2 e 8 denari”.
Cantilena dei marzaroli
Erba vee erba vee
Che cun ti ‘n g’avarà el fee
E cul fee tant lac,
pò büter e pò furmac
I contadini in questo mese cominciavano i primi lavori in campagna e nella vigna. Si potavano le viti en cres de lüna e le ragazze raccoglievano in fascine i viticci da mettere nella baltresca. Nel campo si tagliavano gli stocchi di granoturco, i malgasc: i più brutti venivano bruciati sul posto, mentre quelli meglio conservati, nonostante il freddo e la neve, venivano ripuliti. I rimasugli servivano per pasteggiare il bestiame e il resto si usava per fare le recinzioni degli orti, delle case e delle strade: un esempio in via Calchèra.

APRILE: L'EX CASA PARROCCHIALE
El mör püseé cabrét a Pasqua
che cabri a Sant Martìn
La storia dei türcai
April enzurnà,
macc zapà, giügn bìnà,
lüi spadà,
aust batuculà,
setembri marüdà,
uturi menai a cà,
nuembri fai secà,
dicembri fai masnà
e per giüné e febrée e änca tüt el mars
te gavarée de maià.
Le grandi pulizie di Pasqua di un tempo
Ad aprile ormai si era entrati definitivamente nella bella stagione e si iniziava ad aspettare la Settimana Santa e la Pasqua con i suoi riti religiosi. Ma il mese era anche dedicato alla pulizia della casa dopo il lungo inverno con il focolare e la stufa sempre accesi. Si cominciava dal sulée (camera da letto) dove dalla licera (letto in ferro) si toglieva la büsaca per soleggiarla e rimuovere le foglie o chi poteva, rinnovarle. Si lavava el söl (pavimento) con la netrulina e si arieggiava per un’intera giornata. Si lavavano i vetri con carta da giornale.
Il lavoro continuava int en cà (in cucina) spolverando le travi e i mürai e sciacquando con acqua e soda il vasellame e tücc i üsadei. Ma il lavoro più faticoso era quello della lucidatura del rame utilizzando un impasto di farina gialla, sale fino e aceto. Tutte le donne del vicinato si aiutavano a vicenda andando anche a fare il bucato al lavatoio. Si cantava, si chiacchierava e così anche i lavori faticosi e impegnativi sembravano più leggeri. Alla fine di tutte le fatiche pareva di avere una casa ... completamente nuova.

MAGGIO: RUSTICI IN VIA BONGINI
S’el ciöf el dì de l’Ascensiùn
i sciares i và en cagnùn
Il mese di maggio era per tradizione dedicato alle funzioni religiose legate al culto della Madonna. Si cominciava con le Rogazioni: erano tre processioni fatte per tre giorni consecutivi di buon mattino per benedire la campagna, la montagna e il paese. Si cantavano le litanie dei Santi andando il primo giorno da Sèrtapàsa al Punt de la cadéna, fino alla Tùmba lungo la strada per Mantello. Il secondo mattino si risaliva el Repari fino al Castello. Il terzo giorno si proseguiva nella campagna verso Ovest: alla Calchèra, alla Simunéla, al Gişöö Pinìn.
El calenmacc
Tutti i sabati di maggio al calar della notte era usanza fare grandi dispetti alle ragazze. I giovanotti ammucchiavano letame o tronchi davanti all’uscio delle ragazze, buttavano secchi di liquame (la pisina) e con la calce segnavano il tragitto dall’abitazione delle ragazze fino alla stalla del Balestra dove c’era il toro. Presso le abitazioni delle ragazze-madri appendevano un fantoccio con la valigia in mano e un cartello con scritto: “Sono un povero bimbo in cerca di mio padre”. E così via con scherzi di ogni genere.

GIUGNO: IL RIFUGIO ALL'ALPE PIAZZA
A giügn i met giu l’ort
āncā i pastrügn
El prufüm del Corpus Domini
La processione del Corpus Domini era una cosa spettacolare a Rogolo. L’Ostensorio veniva portato per le vie del paese protetto dal baldacchino. Dalla piazza, lungo la via Roma fino al gişöö di Tapinã, lungo l’argine del San Giorgio, l’attuale via all’Argine, la via Guasto, la via Betti con sosta al gişöö di Güz, la via al Cimitero, la via Calchéra e il rientro sempre sulla via Roma. I muri che costeggiavano via all’Argine e via Cimitero erano coperti con le “doti”, finemente ricamate, delle spose di Rogolo, così come le finestre e le logge delle case.
Ma la cosa più indimenticabile era il profumo di quelle piccole rose di un tempo, che ormai oggi sono scomparse, portate nei cesti dalle bimbe. Per onorare il passaggio del Santissimo si spargevano i petali per terra fino a ricoprire la strada di un tappeto profumato e coloratissimo. Per pensare anche al corpo oltre che all’anima, con la chiusura della latteria, i soci ritiravano il burro che spettava loro e lo cuocevano (büter cöc’) per poi riporlo nelle giare (i uli) di terracotta per consumarlo lungo l’estate, quando le mucche erano sull’alpeggio.
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LUGLIO: IL TEMPIETTO ALPINO IN LOCALITA' ERDONA
A Sant’ Ãnã (26 luglio) l’acqua la ‘ngãnã
(non bisogna fare il bagno nel lago e nel fiume)
A fine luglio si mieteva il grano e si cominciava la trebbiatura portando i covoni a Delebio. Il 20 luglio, previa domanda e pagamento della relativa tassa, aveva inizio la raccolta del fieno selvatico.
Dagli atti dell’Archivio Comunale risulta: ”Per i comunisti di Rogolo (abitanti del Comune) che intendevano usufruire del diritto di pascolo e di segagione nei beni del Comune è stabilita una tassa così come segue:
Per ogni bovino L. 0.30
Per ogni ovino L. 0,15
Per ogni caprino L. 0,20
Per ogni falcetto L. 1,00
Per i “comunisti” del limitrofo Comune di Andalo che intendevano esercitare il pascolo e la segagione del fieno selvatico in località Stabina alle Gronde è stabilito:
Per ogni bovino L. 0.60
Per ogni ovino L. 0,30
Per ogni caprino L. 0,35
Per ogni falcetto L. 1,50.
È curioso sapere che i nostri antenati chiamavano fee salvadech quello che cresceva nei canali, e paiuşa quello che si trovava nelle radure del bosco ed era più alta e più dura del fieno.

AGOSTO: LA CHIESETTA DI FISTOLERA
Aust: el va via
en car de püles
el rövã en car de musch
Agosto era caratterizzato dai lavori nei campi. Nei primi giorni del mese si vangava il campo dopo la mietitura per seminare il türcalìn, detti anche ustanei: piccole pannocchie che venivano a maturazione nel giro di un paio di mesi o che si tagliavano ancora verdi per pasteggiare le mucche.
Dopo aver tagliato il primo fieno a maggio, a distanza di sessanta giorni circa, veniva il tempo di tagliare l’adigöö (il secondo fieno), a luglio circa, non prima però di aver strappato dal prato i broch (panace), erbe legnose ricche di semi gialli urticanti da bruciare.
Questa erba era molto fastidiosa e procurava danni notevoli alla pelle: i contadini lavoravano con i guanti di lana lunghi per evitare irritazioni e piaghe; i bimbi invece, meno attenti, correvano nei prati e si riempivano le gambe di vesciche.
Dopo altri quaranta giorni, in agosto si tagliava il tersöö (il terzo fieno). Di questo mese non si possono non ricordare i festeggiamenti per il Ferragosto in Erdona cui partecipavano con grande entusiasmo ãncã quii de Dilebi (i Delebiesi) che hanno sempre avuto le loro abitazione per la stagione estiva “an Arduna”,

SETTEMBRE: EL CURTIF DI JACUMINAI - EL PUZZIN
El vent setembrìn
el süga la but
e āncā ‘l buteşìn
Anche in questo mese continuavano i lavori nei campi di granoturco: dopo aver seminato (‘nsurnaa) dal 20 al 25 aprile, zappato, (en temp del fee), rincalzato e diradato le piante di mais a metà luglio, tolte le erbacce alte (fà fò el pabi e i lìsabi), in agosto; in settembre giunge il tempo di sfogliare (stramà) e cimare (scimà) per permettere alle pannocchie di avere più sole.
Chi ancora era rimasto in Erdona tagliava el digurìn: il secondo taglio dopo quello di giugno, che da alcuni contadini era chiamato magench, perchè cresceva nei maggenghi, cioé i prati di montagna. Poi si affrontava l’impegnativo lavoro de mèt fò el ledãm: i ragazzi scaricavano il gerlo colmo di stallatico a mucchietti quà e là per il prato e il padrone lo spargeva con la trienza. Verso la metà del mese la stagione bella volgeva al termine. Sistemata la baita si avvicinava l’ora di scendere al piano per tosare le pecore e per raccogliere i frutti del faticoso lavoro primaverile e estivo. Si portavano a valle tragiadi di legna e di fieno selvatico per sfamare il bestiame durante l’inverno.
Lasciare Erdona dopo l’estate era triste e malinconico per tutti, soprattutto per i bambini, che ai Praa erano più liberi di divertirsi. Ogni anno alla vultada (cambio di stagione) si salutavano quindi le cime, si chiudevano le case, si spegnevano i focolari che avevano tenuto compagnia nelle ore serali. E a tutta la natura che aveva fatto da scenario lungo l’estate si rivolgeva un malinconico arrivederci.

OTTOBRE: LA CHIESA PARROCCHIALE DI SANT'ABBONDIO
L'ALTARE DELLA MADONNA DELLE GRAZIE
Per Sānt Simùm Giüda (il 28 ottobre)
strèpa la rava che l’è marüda.
Marüda ù de marüdà strèpa la rava e menela a cà
Tornati definitivamente a valle si affrontavano i primi lavori d’autunno. Ottobre era l’ultimo mese di sole a Rogolo. I contadini continuavano il raccolto, si seccavano le castagne nell’agraa per poi sgusciarle (castagne peste). In questo mese, la terza domenica era dedicata al culto della Madonna delle Grazie, con la recita del rosario. Alla sera le donne e i ragazzi si recavano in chiesa per di sü la curuna e per un momento di preghiera.
Ma l’appuntamento più impegnativo di ottobre era la vendemmia (previo permesso di inizio, concesso dal Comune), un periodo faticoso ma anche molto allegro e divertente che coinvolgeva tutti i componenti della famiglia compresi i bambini e i ragazzi.
Dopo 5 o 6 giorni dal raccolto, quant l’üga la se scùldava, si schiacciava nel grande tino (la tina) a piedi nudi, poi si “tirava” el crudel e si portavano le vinacce al torchio per avere el turciadech. Nella prima decina del mese poi si bacchiavano castagne e noci (pertegà castegn e nus) e si preparava la riscéra.
Era tempo di caldarroste e mosto, di pascolo nei prati prima che la brina coprisse tutto come un manto. Alcuni contadini tagliavano il quartöö, il quarto fieno, scarso e duro da essicare perchè il sole faceva già cilecca. Come si godeva il sole di ottobre...! Era quasi più apprezzato dei primi raggi di marzo.

NOVEMBRE: IL LAVATOIO AI FREGEE
Per Sāntā Caterina (il 25 novembre) prepara la fasìna
Il mese di novembre si apriva con la commemorazione dei morti e la prima settimana era densa di funzioni religiose: l’ufizi generaal, la mesa per i mort alle cinque di mattina, la processione intorno alla chiesa, passando dall’ossario, e infine la processione al cimitero. Ognuno ricordava in silenzio i propri defunti, si pregava e ci si stringeva tutti nel ricordo dei propri cari che non c’erano più. Anche i bambini vivevano intensamente questi giorni.
Le mamme li coprivano bene e li mandavano alle funzioni raccomandando loro di non ridere e di non chiacchierare in chiesa. Le famiglie che se lo potevano permettere davano ai bimbi il pane dei morti, dolcetti piatti e duri ricoperti di zucchero a velo. Dopo i giorni dedicati ai morti il mese proseguiva dedicandosi alla raccolta delle pannocchie riposte nell’aia dopo aver descucunaá, cioè dopo aver tolto la parte esterna, si sfogliavano e si appendevano i mazzöö per l’ essicatura.
Era una festa di tutti e finiva in allegria intorno a na cazza di mundaa e a ‘n bel ciapél de vìn dulz, mentre i bimbi giocavano con la barba dei batocui. Era usanza in ogni famiglia preparare i mazzöö per l’uférta di mort, con le pannocchie cadute a terra già prima del raccolto. Infine, un lavoro che impegnava i contadini nella prima decina del mese era anche quello de fa bui la culdera per engrasà el ciùn. Era compito dei bambini tener vivo il fuoco con gli stocchi del mais e i viticci per preparà la buia alla povera bestia orami pronta da macellare.

DICEMBRE: LA CA' DEL BARBA BERNARD
La niif deşembrina per trii miis la ne cunfina
Dopo il 15 del mese iniziava la Novena di Natale in Chiesa. Tutta la comunità partecipava con gioia agli appuntamenti religiosi, soprattutto i bambini che dopo la scuola e i compiti si riunivano fuori dalla chiesa per qualche gioco e per la recita del rosario. Il mese di dicembre era tutto concentrato sui lavori domestici e sulla ricorrenza più importante dell’anno.
Entro Natale se cupava el ciùn per avere i cicui da mettere nel pane. I cicui erano i grasei che rimanevano dopo la cottura del lardo, per ottenere lo strutto (el gràs de ciùn). Quasi sempre in dicembre le mucche partorivano in modo che i vitelli fossero pronti per essere portati sull’Alpe a giugno. Nella settimana che precedeva il Natale, al forno di Güz o dela Paina, si cuocevano le bisciole, el pāā de erp, el pāā de cicui e i bisciulìn per i bambini.
Se la neve era abbondante per poter andare a Messa nella notte di Natale gli uomini scavavano lunghe gallerie che portavano alla chiesa; poi toglievano dalla cappa del camino le filze di belunech (castagne affumicate) e dalle travi del sulée i mannelli di uva americana passa perché il Natale fosse più ricco. Com’era bello il Natale di una volta! Bastavano poche cose per rendere tutti sereni e felici nell’ attesa di Gesù. E quando le feste volgevano al termine e iniziava un altro anno già si pensava con sollievo all’arrivo della primavera. E iniziava quindi un’altra storia. Sempre bella e degna di essere vissuta.
CALENDARIO 2004

GENNAIO
Inaugura il nostro calendario questa bella cartolina di inizio anni Venti composta da due immagini di grande impatto. Sulla sinistra, si vede una panoramica del borgo di Rogolo e, a destra, la via Roma con in primo piano la tratttoria Peregalli, l'osteria più importante del paese. Luogo di divertimento e di ritrovo, specie nei giorni festivi, era fornita di telefono pubblico e di un verticale che per 10 centesimi dispensava mazurche, polche e altre musiche ballabili. All'ombra di questa balera sono nate tante storie d'amore, alcune a lieto fine, fra i giovanotti e le signorine del paese.
Giünée, giünerùn spazza scrani e mas'ùn (Gennaio, gennaio, mese lungo, ripulisce le dispense e i fienili)
A gennaio il paese era ancora in letargo sotto una coltre di neve, i camini fumavano, le donne facevano la calza davanti al focolare, gli uomini lavoravano il legno per fare zoccoli, rastrelli e gerla. I bambini andavano in Violina con la slitta. I fienili e i granai si svuotavano piano, piano. Tutto sembrava addormentato. I cortili si risvegliavano soltanto per il rito dell'uccisione del maiale che avveniva proprio alla metà di gennaio. I contadini e il macellaio si muovevano freneticamente sull'aia dei casolari mentre i ragazzi correvano e gridavano tutto intorno. I tre giorni della merla (29, 30 e 31), i più freddi dell'anno, concludevano il mese con la tradizione di "l'è fò el giünée".

FEBBRAIO
In questa suggestiva immagine ecco il borgo antico di Rogolo così come si presentava a inizio anni Venti. Domina su tutto il campanile della Chiesa Prepositurale, costruito in pietra viva, alto circa 50 metri e con la cuspide, in mattoni laterizi, alta 17 metri e con un diametro di base di 5 metri. Il paese all'epoca era già ben organizzato, erano cioè presenti sia il Municipio sia le Scuole. Non c'era ancora la strada statale a nord, c'era però l'importante casello ferroviario, istituito già nel 1905 con un casellante, il Giuseppe Ferrè, che apriva e chiudeva manualmente il cancello in ferro.
Febrée dela baltroca en dì el ciöf en dì el fioca
(Febbraio della fanghiglia di neve e terra, un giorno piove e un giorno nevica)
Febbraio non era un mese freddo come il gennnaio, ma non consentiva ancora di uscire di casa perché il tempo era incerto. Benché il sole fosse tornato dopo tre mesi di assenza, il clima, infatti, continuava a mantenersi rigido e inclemente. L'unico momento di divertimento e l'occasione di ritrovarsi con gioia dopo il lungo sonno dell'inverno era la sera del 2 febbraio. Per festeggiare il ritorno del sole, infatti, i bambini bussavano alle porte delle case e a chi si affacciava all'uscio gridavano "l'è fò l'urs dela tänä". I più fortunati ricevevano in dono qualche castagna.

MARZO
Il volo delle rondini, i primi fiori nei prati e una gentile cornice in stile Liberty racchiudono il panorama di Rogolo scelto per accompagnare il mese di marzo. Sullo sfondo dell'immagine, ripresa da Sud, si intravvedono i primi contraffforti delle alpi Retiche. Nella foto, oltre al complesso della Chiesa Prepositurale, sulla sinistra si staglia imponente il palazzo scolastico. In primo piano, invece, una distesa di vigneti coltivati a clinto, rossera e uva americana.
A mars el suu l'è spars (A marzo il sole è dappertutto)
A marzo il sole era ormai dappertutto e si cominciava a uscire. L'inverno cedeva quindi il passo, seppur piano piano, a un'ancora timida primaavera. Gli adulti riprendevano a incontrarsi lungo le strade del paese e a raccontarsi le proprie gioie e i propri piccoli crucci. I pomeriggi erano più luminosi, le ombre si accorciavano. I bambini tornavano felici a giocare e gridare nelle piazze e nelle piccole strade del borgo. E alcuni di loro chiamavano l'erba correndo con i campanacci per i prati ancora brulli. La vita riprendeva davvero a pieno ritmo dopo il lungo inverno. A marzo, inoltre, ci si preparava con impegno a celebrare la Settimana Santa: le donne partecipando al triduo religioso e i ragazzi alla processione del venerdì e ai riti del sabato. La domenica di Pasqua, poi, era una grande giornata. Iniziava con la Santa Messa solenne, cantata dalle voci del paese e finiva in famiglia attorno a una bella tavola.

APRILE
Religione, istituzioni e cultura: in questa cartolina datata anni Venti vengono rappresentati gli aspetti più significativi della vita del borgo di Rogolo. Alla sinistra, infatti ecco il complesso della chiesa e, sulla destra, il municipio che è ancora annesso al palazzo scolastico, quest'ultimo inaugurato nel 1910, dopo tanti sacrifici e sforzi economici da parte di tutta la comunità per progettarlo e costruirlo.
Abrii el n'à trenta, s'el ciöf trentün el fa mal a nighün
(Aprile ha trenta giorni e se piovesse per trentuno non danneggerebbe nessuno)
Nel mese di aprile i contadini del paese cominciavano i primi lavori nei prati, nei campi e nella vigna. I ragazzi contribuivano ad aiutare e cominciavano così a svolgere i loro primi compiti: raccogliere i viticci lungo i filari, portare le pecore all'aperto. Le strade si animavano di voci e di colori. Ci si salutava volentieri fermandosi per due chiacchiere e un buon bicchiere di vino, spesso seduti sui muretti a godersi l'aria tiepida. Tutto sembrava più bello. Le donne stendevano i primi bucati al sole. E correvano alla messa vespertina non più avvolte nel buio, ma accompagnate da un raggio di luce che finalmente rischiarava e conduceva dolcemente verso la sera.

MAGGIO
La cartolina, a cui è dedicato il mese di maggio, è stata fatta stampare ai primi del 1900 dai soci del Circolo Stella delle Alpi (in alto, a sinistra, il contrassegno dell'associazione), al quale apparteneva il fior fiore della comunità di Delebio, fra cui il medico Giacomo Brisa e l'avvocato Ettore Bassi. Nell'immagine, oltre alla piazza che prospetta la chiesa parrocchiale, si intravede, sullo sfondo, la "bottega de braz" dei Bernasconi, e, a destra, l'angolo nord-ovest dell'antico edificio che ospitava le aule scolastiche, la latteria e la sala delle adunanze.
A mac' l'à de pisà gnää 'n gat
(A maggio neanche il gatto dovrebbe fare pipì, cioè non dovrebbe piovere)
A maggio gli uomini e le donne si dedicavano totalmente ai lavori in campagna. Era il tempo della fienagione, delle prime semine e della preparazione degli orti. I bambini dopo l'uscita dalla scuola posavano i libri sui muretti e si fermavano in piazza a giocare e a rincorrersi. E gli uomini, tra un lavoro e l'altro, si attardavano volentieri ai tavolini all'aperto dell'osteria di paese. Al calare della sera le famiglie si riunivano intorno alla tavola per dividersi una frugale cena a base di pappa e latte, pancotto o "scota müs". E dopo aver messo a letto i più piccolini, le mamme si ritrovavano in chiesa o davanti alle santelle, distribuite nelle contrade del paese, per la recita del santo rosario.

GIUGNO
La piana di Erdona e i "casinei" di "Erduna delafò": è un'immagine degli anni Quaranta che racchiude tutto il significato della vita di quegli anni. A destra, si riconosce la Norma con il piccolo Giulio in braccio. Da giugno a settembre i contadini portavano le mucche sui maggenghi. La vita lassù era molto semplice e scandita dai vari lavori di montagna. Il taglio del fieno, la cura del bestiame, la lavorazione del latte, la produzione di formaggi freschi e stagionati impegnavano infatti a tempo pieno tutta la famiglia.
A giügn la folc' en pügn (A giugno la falce in pugno)
A giugno l'estate era finalmente arrivata. Gli uomini preparavano "la folc' e la seghizza" per ripulire i prati cominciando da Erla e Fistolera, su su fino in Erdona. Le giornate erano ormai lunghe e assolate. Le donne, dopo i lavori nei campi, si sedevano spesso sull'uscio di casa per cucire e rammendare o per fare due chiacchiere con i vicini. La scuola chiudeva e cosi i ragazzi la sera rientravano tardi perché giocavano a cicaröla e a spalùn tra le vie del paese. I giovanotti cercavano gli sguardi delle signorine. E cosi sbocciavano anche i primi amori e le prime simpatie.

LUGLIO
Due immagini di Erdona accompagnano i giorni di luglio. Sono gli anni Trenta. Nella cartolina di sinistra, la "Cà di Ferandi e la Cà Növa del Ces'er fanno da sfondo a una bella passeggiata di bimbi e mamme. In quella di destra, invece, oltre alle cascine di Erdona, si riescono a vedere quelle della Tagliata e della Masonaccia che spiccano tra le grandi distese verdi dei prati. All'epoca le abitazioni di Erdona erano davvero poche e in prevalenza costruite con sassi e pietra.
A lüi cul suu ferent el pasa sü tüta la gent (A luglio col solleone tutti vanno in montagna)
Durante il mese di luglio quasi tutte le famiglie di Rogolo si trasferivano in Erdona, in baita "al fresco". Prima di partire si preparavano gerle e sacche con il necessario per vivere in alto e senza la possibilità quindi di approvvigionarsi di generi alimentari per lunghi periodi. Anche i ragazzi si davano da fare e aiutavano a trasportare la roba. I neonati venivano riposti nelle gerle dalle mammme. E poi tutti insieme partivano alla volta di Erdona. Camminavano per più di due ore lungo la mulattiera spesso ripida e pericolosa. Le soste erano di solito tre o quattro: prima Erla, poi i posi vegi, el gis'öö e la Ciota. E infine, con un sospiro di sollievo, ecco i primi tetti in lontananza. Con un'ultima corsa a perdifiato i ragazzi ragggiungevano infretta ognuno la propria baita. Era l'inizio della vacanza: un periodo di piccoli lavori ma anche di spensieratezza e di serenità. Le famiglie passavano in Erdona più di due mesi.

AGOSTO
Due cartoline di Erdona fanno da sfondo al mese di agosto. In quella di sinistra, l'occhio spazia su Erdona Bassa, con la Piana e il Dosso, suggestivo punto panoramico sulla bassa valle. A destra, invece, l'imponente Casa Brisa, costruita interamente in sasso, nel 1931, dall'impresa edile di Padelli Guido e Martino. Una curiosità: la cartolina è stata fatta stampare dai delebiesi che alle nostre "e" sostituivano le "a". Così Erdona spesso diventava Ardona.
Aust giù'l suu l'è fusch (In agosto subito dopo il tramonto si fa notte)
Tra una fugace discesa e l'altra, per tagliare il secondo fieno, per togliere le erbacce nei campi e per fà i garzöö nelle vigne, i Rogolesi erano ancora in Erdona e si preparavano a festeggiare il Ferragosto con gli amici di Deleebio. Pulenta uncia e gallina vecchia era il menù del giorno di festa. A cui si aggiungeva un buon bicchiere di vino. Nella seconda metà del mese gli uomini e le donne concludevano la raccolta di fieno selvatico (la paiüsa) spingendosi fino alla Piazza. Sul finire del mese si ritornava a Rogolo per le due feste religiose più importanti dell'anno: la Madonna della Cintura e il Sant'Abbondio. La processione era per tutti un momento di riflessione e di buoni propositi. I bambini, dopo le celebrazioni, si divertivano ai canestri e alle bancarelle dei dolciumi.

SETTEMBRE
Un saluto da Rogolo datato 1926: è la via Roma, la strada principale del paese, qui ripresa nei pressi della pesa pubblica, istiituita nel 1916. A destra, l'edificio ben connservato della trattoria Peregalli; a sinistra, il baitùn di Peloli. La strada, come ancora oggi, era il vero cuore del borgo. Vi si affacciavano i palazzi istituzionali più immportanti e le case delle famiglie più in vista del paese.
Setembri el suu el vaghegia, finii l'istaa el partìs la gregia
(A settembre le ore di sole diminuiscono, è finita l'estate, le greggi tornano al piano)
Nel mese di settembre si respirava già aria di autunno e la montagna piano piano si spopolava definitivamente. Scendevano le greggi e le mandrie dagli alpeggi. Le famiglie si salutavano e tornavano alla propria casa in paese portandosi burro, formaggio, ricotta per l'inverno ormai alle porte. Per i ragazzi era quasi finito il tempo dei giochi all'aria aperta: ancora pochi giorni e la scuola sarebbe ricominciata. Gli uomini pensavano già alla vendemmia e preparavano gli attrezzi ben puliti e pronti all'uso. Le giornate si accorciavano e la sera calava presto. Nelle cucine si accendeva volentieri il focolare prima di sedersi a tavola per la cena.

OTTOBRE
A destra, una prospettiva dell'altare della Madonna delle Grazie e, a sinistra, l'effigie miracolosa della Beata, nella Chiesa Prepositurale di Rogolo. Le foto-cartoline sono state realizzate a cura di don Alessandro Casotti che desiderava la chiesa diventasse santuario. Infatti la nostra Madonna delle Grazie era oggetto di devozione anche da parte dei forestieri che giungevano a Rogolo in pellegrinaggio e in visita per chiedere qualche grazia.
Uturi, utubrìn cata l'üga e tira 'I vìn (Ottobre, ottobrino, cogli l'uva e spilla il vino)
In ottobre gli uomini e le donne erano nel pieno dei lavori per il raccolto autunnale: uva, patate, castagne, rape, noci e nocciole. I ragazzi all'inizio del mese tornavano a scuola, dopo le vacanze estive, ma all'uscita del pomeriggio, prima dei giochi e dei compiti, dovevano portare al pascolo le pecore e le mucche. La seconda domenica del mese ricorreva la festa della Madonna delle Grazie. La Santa messa del mattino e i vespri pomeridiani scandivano la giornata di festa. Anche il pranzo quel giorno era più sostanzioso. Con la polenta fumante si potevano gustare salsicce e mortadelle. Nelle già lunghe sere di fine ottobre era tradizione, poi, ritrovarsi tutti insieme nelle stalle per sfogliare le pannnocchie. Si chiudeva in allegria attorno a una padella di bruciate e a un ciapel di mosto.

NOVEMBRE
Nell'immagine scelta per il mese di novembre l'inizio della via Roma, all'entrata al paese. A sinistra, si può intravvedere la cunetta di scolo della strada. Fino all'entrata del paese il fondo era in calcare sbriciolato. nel centro abitato, invece, la pavimentazione diventava in selciato.
A San Martìn la castegna l'è del cabrìn
(A San Martino le castagne sono delle capre e tutti le possono raccogliere)
Il sole se ne è andato e per tre mesi non tornerà. Novembre era il mese degli ultimi rifornimenti nel fienile, nel granaio e nelle logge, dove si ammassavano fascine da ardere e fasci di frasche con le foglie (i viscei) che servivano per far pasteggiare le capre e le pecore. Le donne filavano la lana e confezionavano calze e berrettine per l'inverno. Nelle strade si incontravano, invece, gli uomini con il carico della legna. Dopo avere messo a letto i bambini, nel silenzio della sera, si ripuliva il focolare e si controllava nella stalla che tutto fosse a posto. Marito e moglie, spesso con i suoceri e gli anziani di casa, avevano anche la possibilità di parlarsi un poco delle proprie preoccupazioni e dei bisogni dei propri figli. I vestitini e gli zoccolini necessari per andare a scuola e per affrontare l'inverno non bastavano mai. Infine, la sera del 2 novembre si ricordavano i propri defunti riunendosi per la recita del rosario dei morti.

DICEMBRE
Rogolo sotto la neve: questa suggestiva immmagine rende bene l'idea di quello che diventava il paese nel cuore dell'inverno. Silenzio e candore avvolgeva tutto. Sulla destra, tra i vigneti imbiancati, si snoda la via Calchera che scende e si ricongiunge alla via Roma. Sullo sfondo, a sinistra, vale la pena segnalare il casello e la ferrovia. La statale attraversava ancora il paese. Solo nel 1931 ci sarà il nuovo stradone fuori dall'abitato.
Natal el piazza Pasqua süla brazza
(Se a Natale puoi stare in piazza a Pasqua strarai accanto alle braci)
A dicembre cominciava il gran freddo ma tutti erano contenti. Ci si preparava, infatti, a vivere la festa più bella e più dolce dell'anno, I papà iniziavano a preparare i grossi ceppi per il camino e il ginepro per scaldare il Bambino Gesù. Le mamme metttevano in serbo gli ingredienti per le bisciole e preparavano i vestiti per la festa. I bimbi correvano ai Mulini e ai Cassini a rifornirsi di muschio e sempreverdi per il presepe, E la notte di Natale si metteva il ciapel sul davanzale perché Gesù Bambino vi lasciasse il regalo: mandarini, matite di legno, fichi secchi e gommini di menta erano il magro bottino. I più piccoli si addormentavano sfiniti dall'attesa davanti al focolare o in braccio alla mamma.
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